La storia di Hong Kong: tra Cina, proteste e democrazia

09/20 • 11 min • Copia link

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In questo periodo si è sentito spesso parlare di Hong Kong. In particolare, delle battaglie dei suoi cittadini contro le restrizioni del governo cinese. Ma perché la Cina ha questo controllo sulla regione? Cosa c’entra la Gran Bretagna e cosa sta succedendo? In questo articolo vi spiegheremo la complessa storia di Hong Kong, il suo presente e qualcosa di incerto sul suo futuro.

Dalla Cina alla Gran Bretagna e poi di nuovo alla Cina: la storia di Hong Kong

La Cina, fin dagli inizi è stata la “proprietaria” di Hong Kong, almeno fino alla Prima Guerra dell’Oppio. Allora, la battaglia che vedeva come protagonisti la potenza cinese e la Gran Bretagna, terminò con il Trattato di Nanchino.

Fu proprio quel trattato nel 1842, a stipulare il primo “scambio” di Hong Kong, che passò ufficialmente agli inglesi. Da allora, la regione rimase per decenni sotto il controllo della Gran Bretagna (salvo la Seconda guerra mondiale), sviluppando una propria economia, estremamente diversa da quella cinese.

Le colonie birtanniche continuarono ad espandersi, fino a quando nel 1898 la Cina cedette i Nuovi Territori agli inglesi. Si trattava di un prestito dalla durata di 99 anni, a seguito di diversi trattati di pace.

Hong Kong torna cinese

Le modalità e i colloqui tra Regno Unito e Cina per la restituzione di Hong Kong, rimangono ancora un mistero, tuttavia ci sono alcune ricostruzioni molto interessanti.

Siamo nel 1979, il termine del prestito che abbiamo citato prima è ormai agli sgoccioli. Hong Kong doveva tornare alla Cina? L’ambasciatore scozzese di Hong Kong, Murray MacLehose approfittò di una visita ufficiale alla Repubblica Popolare Cinese per porre il quesito al leader supremo Deng Xiaoping.

Secondo alcune ricostruzioni, il leader cinese fu colto impreparato di fronte alla domanda dell’ambasciatore, tuttavia la questione andava risolta.

Nel 1982 il governo di Margaret Thatcher iniziò i negoziati con la Cina per Hong Kong. La Gran Bretagna voleva tenersi Hong Kong, ma la Cina era categoricamente contraria.

La mediazione era praticamente impossibile, per questo motivo venne sancita la Dichiarazione Congiunta Sino-Britannica, con la quale Hong Kong tornava ufficialmente sotto il controllo del governo cinese. La Cina si impegnava a non instaurare la sua politica socialista, lasciando in questo modo invariata la politica e l’economia della regione per almeno 50 anni.

Il primo luglio 1997 Hong Kong divenne la prima Regione Amministrativa Speciale della Cina.

Hong Kong: tra economia e politica

Hong Kong oggi è una delle due Regioni Amministrative Speciali della Cina. A livello politico non è una democrazia, motivo per cui sono nati dei veri e propri movimenti che richiedono un governo democratico nella regione. Alle elezioni sono presenti diversi partiti, ma il capo di governo viene scelto da poche persone all’interno del Comitato Elettorale.

Nel meccanismo complesso delle elezioni, la Cina ha forte influenza, perché deve assicurasi che i suoi interessi siano sovra rappresentati. Dopo il passaggio dalla gran Bretagna, è stata istituita la Legge Fondamentale, la quale definisce che la regione avrà un “grado di autonomia”. Questa autonomia comprende tutti i settori tranne quello della difesa e delle relazioni estere. Questa informazione ci servirà quando parleremo della nota Legge sulla Sicurezza Nazionale.

Per quanto riguarda l’economia della regione, grazie alla sua distinzione da quella cinese e al fiorente periodo britannico, Hong Kong è diventato un vero e proprio paradiso fiscale. Da anni è infatti considerata una delle economie capitalistiche più libere al mondo.

Il rapporto con la Cina

Per molti anni, secondo lo slogan “un paese, due sistemi“, Hong Kong è stata la città più libera della Cina. Eppure, soprattutto negli ultimi tempi le cose sembrano essere cambiate.

La storia di Hong Kong e la sua identità

Da tempo ci sono resistenze da parte dei cittadini della Regione che non intendono identificarsi con la “madrepatria” cinese. Nel 2012, il Washington Post ha pubblicato un sondaggio d’opinione. Questa ricerca mostrava che gli abitanti avevano perso la loro fiducia nella Repubblica Popolare Cinese.

I risultati dei sondaggi non sono piaciuti al governo cinese. Infatti, in una regione in cui il 95% degli abitanti ha origini cinesi e si sente orgoglioso della sua cultura, è risultato che solo il 18% di questi sceglie “cinese” come identità principale.

Il 45% degli intervistati si è invece definito “Hong Kongers”, principalmente i giovani. Questo accade perché, nonostante le origini cinesi e la stima per la cultura cinese, gli abitanti sanno apprezzare le libertà e lo stato di diritto che li divide dal resto della Cina.

Nello stesso anno, la proposta dell’ufficio dell’istruzione di inserire nelle scuole corsi obbligatori di “educazione morale e nazionale“, era stato per l’ennesima volta bloccato a seguito delle numerose proteste.

Questi corsi servivano a comprendere il governo cinese, il suo funzionamento e il modo corretto per issare la bandiera nazionale. Secondo la Cina era necessario che gli abitanti di Hong Kong imparassero a conoscere il paese di cui fanno parte, ma a quanto pare gli “Hong Kongers” non erano d’accordo.

La rivoluzione degli ombrelli

Oggi noi conosciamo Hong Kong principalmente per le lunghe proteste che sono avvenute quest’anno e nell’anno precedente. Tuttavua, le manifestazioni e le discrepanze con la Cina ci sono da molti più anni.

Uno degli eventi più importanti in questo senso è “la rivoluzione degli ombrelli“. Questa “rivoluzione” ha avuto origine il primo luglio del 2014, durante il celebre anniversario per la restituzione di Hong Kong alla Cina. Quel giorno venne organizzata una manifestazione per chiedere l’autonomia di Hong Kong.

Le proteste non esplosero dal nulla, la goccia che fece traboccare il vaso fu l’annuncio di una riforma del sistema elettorale. Dal 2017 infatti, il Comitato Elettorale molto vicino a Pechino, avrebbe  avrebbe pre-approvato un massimo di tre candidati per il ruolo del Capo dell’esecutivo. Una volta che questo fosse stato formalmente scelto, sarebbe dovuto essere approvato dal Governo Centrale, cioè la Cina.

A capo di queste manifestazioni c’era soprattutto il volto della democrazia di Hong Kong, l’allora 17enne Joshua Wong. Le proteste con il tempo si allargarono, chiedendo più indipendenza, più libertà democratiche e le dimissioni del governatore di allora, considerato troppo vicino a Pechino.

Dopo 79 giorni di occupazione, il centro delle proteste venne sgomberato dalla polizia segnandone la fine. In tutto vennero arrestate 995 persone.

Il nome della protesta deriva dall’utilizzo dei manifestanti di alcuni ombrelli aperti, per riuscire a difendersi dai gas lacrimogeni e dagli spray al peperoncino utilizzati dalla polizia.

La storia di Hong Kong sono anni di proteste

Nel giugno del 2015 la legge elettorale proposta dalla Cina venne ufficialmente respinta. Tuttavia, Pechino non si arrese e cercò di prendersi i poteri che voleva.

Nel 2016 annullò le elezioni in cui vinsero due filo-indipendentisti che durante la cerimonia si rifiutarono di giurare fedeltà alla Cina. In quell’anno le proteste continuarono e divennero sempre più violente, “l’era degli ombrelli” era finita.

Avvicinandoci sempre di più ai giorni nostri, nel 2017 venne eletta Carrie Lam. La donna era decisamente molto vicina al governo cinese, tanto che durante la cerimonia di insediamento era presente anche Xi Jinping. Lam fu eletta dal comitato apposito, di cui fanno parte lo 0,03% degli elettori della regione, ed è composto principalmente da nobili fedeli al governo cinese.

Le proteste del 2019

In particolar modo, le proteste avvenute nel 2019 hanno risuonato in tutto il mondo. Ma che cosa è successo?

Per comprenderlo dobbiamo tornare nel 2018, quando un giovane di Hong Kong fu accusato di aver ucciso la sua ragazza durante una vacanza a Taiwan. Allora, Taiwan aveva cercato di ottenere l’estradizione del ragazzo per processarlo, ma le leggi di Hong Kong non lo permettevano.

Fu allora che venne proposto l’emendamento di una legge che avrebbe permesso alla Cina di processare gli accusati di Hong Kong all’interno del suo territorio. I crimini riguardavano principalmente l’omicidio e lo stupro.

Il desiderio di indipendenza

Nel giugno del 2019 le proteste scoppiarono, portando migliaia di Hong Kongers a scendere nelle piazze. Principalmente gli abitanti temevano che una volta approvata la norma, la Cina si sarebbe infiltrata sempre di più nel sistema giuridico di Hong Kong.

Inoltre, altre paure riguardavano il possibile utilizzo che Pechino avrebbe potuto fare di quell’emendamento. Infatti avrebbe potenzialmente potuto utilizzarlo contro i suoi oppositori politici, inventando accuse di stupro o di omicidio.

Il 15 giugno di quell’anno, Carrie Lam ritirò l’emendamento. Questo però non fece fermare le proteste, poiché i manifestanti credevano che volesse soltanto rimandare il problema. Da allora, le manifestazioni si allargarono sempre di più e gli attivisti cominciarono a chiedere una vera e propria indipendenza dalla Cina.

Le proteste di Hong Kong si sono poi diffuse in tutto il mondo, passando da il Regno Unito, alla Francia, all’America e all’Australia.

Dopo sei mesi di disordini, molti ritennero che Hong Kong sarebbe cambiata per sempre. Infatti quella battaglia era considerata una vera e propria lotta tra democrazia e autoritarismo, un passaggio verso il futuro della regione.

In quei mesi sono state arrestate 6,100 persone e 2,640 cittadini sono stati ricoverati in ospedale. In particolare, il movimento studentesco ha giocato un grande ruolo Su 6.100 arresti, 2,430 erano studenti e 946 avevano meno di 18 anni.

La legge sulla sicurezza nazionale

Arriviamo quindi all’ultimo periodo, quando, nel bel mezzo di una pandemia globale, la Cina ha deciso di mettere una nuova legge su Hong Kong.

La Legge sulla sicurezza nazionale, è stata emessa dalla Cina il 30 giugno. Da allora, la complessa situazione di Hong Kong è ritornata sotto gli occhi di tutti.

Cosa dice la Legge?

La norma punisce gli atti di sovversione, secessione, terrorismo e collusione con le forze straniere, compiuti all’interno di Hong Kong. Inoltre, le nuove misure consentono ai funzionari della Cina continentale di operare per la prima volta a Hong Kong. Infine, Pechino potrà ignorare le leggi locali.

Il principale problema di questa Legge, è che i crimini sono di ampia portata, ma vagamente definiti. Ad esempio, sarà crimine lavorare con un governo straniero per incitare “l’odio” verso il governo centrale cinese.

Chiedere l’indipendenza di Hong Kong, come molti attivisti fanno da anni, è considerato un crimine di secessione. Dal 30 giugno in poi, le proteste che hanno immerso Hong Kong l’anno scorso, sarebbero state considerate attività terroristiche. Per questo motivo numerosi intellettuali o attivisti sono dovuti scappare all’estero per continuare le proprie battaglie.

Questo però non è tutto. Infatti la misura include svariati altri elementi. Tra questi, imporre ” un’educazione alla sicurezza nazionale” nelle scuole, oppure una gestione più stretta da parte del governo dei media stranieri e delle ONG. Infine, la polizia avrà maggiore possibilità nell’ambito delle intercettazioni e altro ancora.

La pena massima per ognuno di questi crimini è l’ergastolo.

Qual’è il problema?

In primo luogo, dobbiamo considerare che questa norma è stata redatta in completo segreto. Nessuno, nemmeno Carrie Lam ha partecipato alla sua scrittura e fino a pochi istanti prima che questa venisse comunicata ufficialmente, nessun cittadino di Hong Kong aveva la minima idea del suo contenuto.

Le proteste a rischio

Prima ancora che la legge entrasse in vigore, vi era già un clima agghiacciante in tutta la regione. Numerosi partiti politici si sono sciolti, le persone cancellavano account sui social media o vecchi post, e chiunque avesse simboli antigovernativi si attivava per rimuoverli.

Una fonte della polizia, ha inoltre rivelato alla CNN che durante una riunione è stato detto di arrestare chiunque sventolasse una bandiera indipendentista o ne cantasse gli inni. Inoltre, sarebbe stato recluso qualsiasi abitante in possesso di bandiere indipendentiste.

Alla luce di questi fatti, per la Cina è possibile classificare le proteste antigovernative come atti terroristici. Un’eventualità non lontana, dato che l’anno scorso molti media statali cinesi le avevano già descritte come tali.

Un nuovo sistema giudiziario

Uno degli elementi più criticati all’interno della nuova misura, è quello che riguarda la creazione di una nuova giuria. Questa giuria, dedicata unicamente alla sicurezza nazionale, verrà nominata direttamente dall’amministratore delegato.

Molti esperti si sono detti subito allarmati, perché questa rivoluzione della magistratura potrebbe essere un ulteriore passo avanti della Cina nel sistema giudiziario di Hong Kong. Infatti, l’amministratore delegato, potrebbe potenzialmente scegliere giudici più affini alle proprie volontà.

Infine, il diritto di processo con giuria può essere sospeso in determinate circostanze.

Una Legge che riguarda tutti

Molti temono che la norma possa essere utilizzata per prendere di mira i dissidenti. Paure valide, se considerati i passati giudiziari in Cina.

I rischi sono diversi e molteplici. Queste misure possono essere utilizzate per punire gli attivisti per la democrazia, gli attivisti per i diritti umani, avvocati o giornalisti. Inoltre, le conseguenze potrebbero portare a una diffusa autocensura dei media.

I rapporti si inclinano

Naturalmente, la legge sulla sicurezza nazionale non ha fatto altro che aumentare le discrepanze tra Cina e abitanti di Hong Kong.

Gli attivisti avevano organizzato delle manifestazioni datate il primo luglio. Per la prima volta, l’autorizzazione per compiere manifestazioni pacifiche non è mai arrivata. Alcuni manifestanti sono comunque scesi in piazza, ma si tratta di un numero decisamente inferiore rispetto agli anni passati.

Molti abitani hanno espresso il loro desiderio di fuggire. Alcuni tra gli attivisti più importanti, come Joshua Wong si sono ritirati dal partito Demosisto. Il partito in questione, era famoso per il suo attivismo nell’ambito della democrazia. Tuttavia, poche ore dopo la diffusione della legge, Demosisto si è sciolto.

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