L’eutanasia nella storia: dalle origini ad oggi

03/21 • 9 min • Copia link

Negli ultimi tempi abbiamo spesso sentito parlare di eutanasia, ma solo pochi si interrogano su quale sia la sua origine, dove e quando sia stata concepita e quali mutamenti abbia subito nel giungere sino a noi. Nella società attuale il termine “eutanasia” è utilizzato per indicare la morte veloce e senza dolore di un paziente che la chiede espressamente (e. volontaria); essa è normalmente causata da una dose letale di un farmaco (e. attiva) oppure dalla sospensione delle terapie di supporto vitale (e. passiva). L’utilizzo di tale parola risale tuttavia a tempi antichissimi, tempi in cui il suo significato era molo diverso da quello appena descritto. Per questo vale la pena di conoscere qualche nozione relativa alla storia dell’eutanasia, un concetto che è ormai ben radicato nel nostro patrimonio culturale.

L’etimologia di “eutanasia”

Il termine “eutanasia” deriva dall’unione delle parole greche “eu” e “thànatos”, che in italiano si traducono rispettivamente con “bene” e “morte”. Il significato letterale di eutanasia è quindi “buona morte” o “morte a fin di bene”. Nel pensiero filosofico antico questa parola è stata utilizzata – come vedremo – con diverse accezioni, ma in generale ci si riferiva a una morte tranquilla e naturale, accettata serenamente e corrispondente al perfetto compimento della vita. Un significato totalmente diverso da quello a cui noi uomini del XXI secolo siamo abituati.

La storia dell’eutanasia: età classica

L’eutanasia sociale

Fin dalle prime civiltà esistenti la “buona morte” consisteva nell’eliminazione fisica di quegli individui che rappresentavano un peso per la società. Parliamo quindi di persone malate, persone con disabilità e malformazioni, o semplicemente bambini troppo gracili. A dare un nome a questa pratica furono gli antichi Greci, che coniarono l’espressione “eutanasia sociale”. Gli abitanti della penisola ellenica ereditarono da altre civiltà arcaiche questa usanza, affinché, così facendo, potessero garantire un futuro roseo alle proprie “poleis” (città). In una società guerriera come quella greca, dove il requisito principale del vero uomo era la perfezione fisica, non c’era spazio per individui deboli. Chi costituiva un problema per gli altri andava eliminato.

Platone, ad esempio, ci ha lasciato diverse testimonianze scritte in cui si dichiara favorevole alla soppressione di quanti non fossero sani «di corpo e di anima». Soppressione che poteva avvenire anche mediante la cooperazione di medici specializzati. Un altro celebre filosofo del IV secolo, Aristotele, era dello stesso parere in merito all’ «utilità politica» di questo brutale costume.

Tuttavia, come si può notare, siamo ancora lontani dalla concezione moderna dell’eutanasia come “dolce morte” procurata volontariamente a individui gravemente malati. In questo caso invece è più corretto parlare di una tendenza a non prendersi cura dei più deboli e a lasciarli in balia della sorte.

Il giuramento di Ippocrate

Il pensiero di Ippocrate – padre della medicina occidentale vissuto nel V secolo a.C. – riguardo all’eutanasia è noto a tutti coloro che studiano e lavorano in ambito medico. Nel suo celebre giuramento egli si approccia a questo tema in maniera più moderna rispetto ai suoi contemporanei. Nel testo infatti si legge: «Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio.» Ippocrate quindi si dichiara favorevole a preservare la vita del paziente il più possibile, nonostante l’atroce dolore provocato da determinate malattie. La sua decisa presa di posizione sarà fondamentale perché è proprio con lui che la riflessione sull’eutanasia comincia ad assumere un aspetto più similare a quello a cui siamo abituati oggi.

L’opinione pubblica sul suicidio

Nella Grecia antica le opinioni relative al suicidio erano molto variegate. Da una parte l’atto di togliersi la vita era aspramente criticato in quanto denotava viltà e mancanza di coraggio nell’affrontare le difficoltà della vita. Tuttavia di fianco a questa visione era molto diffusa, specialmente negli ambienti epicurei e stoici, l’opinione secondo cui ognuno potesse disporre liberamente della propria vita. Il suicidio era in questo caso considerato un atto eticamente accettabile e degno di rispetto.

Dalla Grecia quest’ultima convinzione passò a Roma. Nell’Urbe infatti il suicidio era piuttosto comune e di frequente prevedeva l’assistenza di schiavi o parenti. Si ricordi inoltre che a Roma l’estremo gesto non corrispondeva soltanto alla tragica conseguenza di una volontà personale, ma talvolta era frutto di un’imposizione proveniente dall’alto. Celebre in questo senso è il caso del filosofo stoico Seneca, che l’imperatore Nerone costrinse a suicidarsi: egli rese la propria morte teatrale tagliandosi le vene in pubblico e discutendo di questioni filosofiche con i commensali presenti, fino a che non esalò l’ultimo respiro.

L’opinione pubblica era quindi perlopiù favorevole al suicidio nell’antichità classica e, di conseguenza, lo era anche nei confronti dell’eutanasia (da intendere con il significato attuale). Ovviamente a quei tempi non c’erano gli strumenti che abbiamo noi adesso, quindi capitava di frequente che una persona malata fosse ritenuta incurabile. Se la sofferenza era eccessiva e il paziente chiedeva una tregua, allora si procedeva con la soppressione, in genere attraverso la somministrazione di un veleno. Anche se, come abbiamo visto, Ippocrate – e con lui molti altri – manifestava con decisione il proprio disaccordo relativo a questa pratica.

La storia dell’eutanasia: età medievale

A cambiare del tutto le carte in tavola, però, ci penserà la diffusione del Cristianesimo in età medievale.

L’influenza del Cristianesimo

In epoca medievale (dal V al XV secolo d.C.) la dottrina cristiana regolava costantemente l’esistenza dell’uomo occidentale. Dunque privarsi della vita era ormai considerato un gravissimo peccato in quanto denotava disprezzo per il dono più grande concesso da Dio all’uomo. Il celebre teologo Tommaso d’Aquino (XIII secolo) muove le sue teorie dal pensiero aristotelico criticando duramente chi si priva della propria vita. Anche Dante nella sua Commedia (XIV secolo) inserisce coloro che si sono macchiati di suicidio nel VII cerchio dell’Inferno, costretti a subire terribili punizioni per l’eternità.

Dunque il suicidio, e di conseguenza anche l’eutanasia (intesa con l’accezione moderna) nel Medioevo sono atti moralmente esecrabili perché solo Dio ha la facoltà di stabilire quando la nostra vita debba concludersi.

La storia dell’eutanasia: età moderna e contemporanea

L’eutanasia positiva di Francis Bacon

Nell’età moderna (dal XIV al XIX secolo) ricompare nei testi, dopo molti secoli, il termine “eutanasia”. Il filosofo inglese Francis Bacon (1561-1626) infatti chiedeva ai medici prendersi cura anche dei malati inguaribili e di aiutarli a soffrire il meno possibile. Tuttavia non espresse mai esplicitamente il concetto di dare la morte. L’unico significato di “eutanasia” che si rintraccia nei suoi scritti è quello di “morte non dolorosa” e si comprende come, secondo lui, lo scopo del medico sia far sì che la morte naturale avvenga nel modo meno sofferente possibile. Il medico sembra invece non avere alcun diritto di accorciare volontariamente la vita del paziente incurabile, anche su richiesta di quest’ultimo.

Il termine “eutanasia” in Bacon ha un’accezione estremamente positiva, che denota una spiccata generosità e misericordia verso il prossimo. Nei suoi testi infatti gli preme ricordare ai medici che il loro scopo non è solo quello di guarire chi ha possibilità di salvarsi, ma è anche prendersi cura di chi ha ormai il destino segnato.

Siamo tuttavia ancora distanti dal significato attuale. Tuttavia, a partire dalle teorie di Bacon il dibattito in merito all’eutanasia conobbe un rapido sviluppo e numerosi intellettuali (soprattutto filosofi e medici) non mancarono di esprimere la propria opinione a riguardo.

Nonostante questi dibattiti fossero già intensi nel XVII secolo, la parola “eutanasia” iniziò ad essere usata con frequenza nei testi solo a partire dalla fine dell’Ottocento. Da questo momento comincia ad indicare un intervento medico che tende a eliminare in via definitiva le sofferenze di una persona gravemente malata. Si tratta della definizione generale che, seppur con qualche ritocco, si è protratta con successo fino ad oggi.

I progressi del ‘900

Soltanto nel XX secolo il tema dell’eutanasia è riuscito a uscire dai salotti culturali degli intellettuali per radicarsi a pieno in tutti gli ambienti sociali. Grazie a questa diffusione, all’inizio del Novecento nacquero in Europa numerose piccole associazioni pro-eutanasia, le quali oggi sono riunite in un’unica grande associazione: la World Federation of Right to Die Societies (Federazione Mondiale delle Società per il Diritto di Morire). Queste associazioni si rivolgono sia all’opinione pubblica sia, soprattutto, a governi e parlamenti per sensibilizzarli sul tema dell’eutanasia. In particolare viene messa in evidenza la necessità che siano riconosciuti tutti i diritti del malato terminale, il quale deve poter dire la sua sulle cure che andrà a ricevere. Ottenuto il successo in questa prima battaglia, attualmente da parte loro ci si concentra non solo sulla richiesta della legalizzazione dell’eutanasia, ma anche sulla liceità di sottoscrivere di un testamento biologico.

L’eutanasia sociale tedesca

Nonostante i notevoli progressi nel campo dell’eutanasia, il Novecento è stato macchiato anche da alcune parentesi negative che, fortunatamente, sono state debellate in tempi “rapidi”. Stiamo parlando in particolare del periodo delle grandi guerre, durante il quale la scarsità di cibo causata dal conflitto aveva spinto molti medici ad affrettare la morte di una parte delle cosiddette «bocche inutili». Il grandissimo numero di soldati feriti in maniera seria, infatti, aveva portato con sé un’inaccettabile indifferenza davanti alla morte degli individui ritenuti inguaribili.

Questo corrente di pensiero fu con tutta probabilità influenzata da un libro comparso nel 1920 con il titolo “L’autorizzazione all’eliminazione delle vite non più degne di essere vissute”, di Alfred Hoche e Karl Binding. Questi intellettuali tedeschi rivisitarono in chiave moderna il concetto arcaico di “eutanasia sociale”. Secondo loro infatti il malato incurabile era da considerarsi portatore di sofferenze personali, sociali ed economiche; per questo conveniva eliminarlo. Uccidendo i soggetti in questione si sarebbe così ottenuto un duplice vantaggio: porre fine alla sofferenza fisica di malati e parenti e consentire una distribuzione più razionale delle risorse economiche.

Il programma nazista Aktion T4

Anche il programma eugenetico nazista Aktion T4 è debitore dell’opera di Hoche e Binding. Altresì chiamato «programma eutanasia», l’Aktion T4 non può essere paragonato all’eutanasia vera e propria. Esso infatti non richiedeva il consenso dei pazienti, ma ne decretava la soppressione contro la loro volontà. Questo programma veniva attuato a scopo eugenetico, cioè per migliorare l’«igiene razziale» secondo l’ideologia dilagante tra i nazisti. Mirava inoltre a diminuire le spese sanitarie e di assistenza statale, dal momento che le priorità economiche erano rivolte ad altro (come il riarmo militare).

Questa pratica brutale causò la morte di circa 200 000 persone, anche se su questo tipo di operazioni sappiamo ancora molto poco perché i nazisti tentarono di mantenere la massima segretezza a riguardo. L’Aktion T4 fu interrotto in un primo momento nel 1941, ma riprese già nell’anno successivo per poi concludersi definitivamente con la fine della guerra.

In ultima analisi, pare ovvio che l’eutanasia sociale nazista non possa essere minimamente paragonata all’attuale sospensione delle sofferenze del malato; è invece molto più conforme alla feroce pratica diffusa nel mondo arcaico. Ad ogni modo se oltre due millenni fa un simile comportamento era giustificabile, oggi, grazie al cielo, non lo è più.

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