Settimana lavorativa di quattro giorni: un’utopia?

01/22 • 5 min • Copia link

Già da alcuni anni, periodicamente, si parla della settimana lavorativa “corta” che prevedrebbe quattro giorni di lavoro e tre di riposo. Nonostante i tentativi portati avanti da alcuni paesi e aziende, ancora oggi non è chiaro se questa proposta sarà in grado di cambiare il futuro del mondo del lavoro.

Perché è stata proposta?

Il dibattito sull’orario lavorativo non è qualcosa di nuovo. Già nell’Ottocento, quando però le ore di lavoro arrivavano a 16 al giorno, si combatteva per le prime riduzioni. Sindacalisti utopici come Robert Owen si sono battuti per la giornata lavorativa di 8 ore, alla quale si arrivò solo un secolo più tardi. Keynes, economista britannico del XX secolo, ipotizzava che i suoi nipoti avrebbero lavorato solo 15 ore alla settimana. Sebbene la sua previsione non si sia avverata, nel corso del tempo si è verificata una lenta e progressiva riduzione.

Di fatto, ciò che oggi motiva chi è a favore di una riduzione della settimana lavorativa si basa sull‘inesistenza di una proporzione diretta tra le ore di lavoro e la produttività. Uno studio dell’Università di Reading mostra come effettivamente la produttività dei due terzi delle aziende britanniche che hanno intrapreso la settimana “corta” sia aumentata e non diminuita.

Inoltre, i sostenitori affermano che porterebbe ad un miglioramento della salute fisica e psicologica dei lavoratori. Secondo alcuni questa riduzione potrebbe addirittura creare posti di lavoro, una più facile conciliazione tra vita lavorativa e privata e un impatto positivo sull’ambiente.

I tentativi

Gli studi si basano oggi sui diversi tentativi avviati in alcune aziende negli ultimi anni. Il tentativo più celebre è sicuramente quello islandese. In Islanda, tra il 2015 e il 2019, 2500 dipendenti pubblici del governo nazionale e della capitale Reykjavík hanno sperimentato la settimana lavorativa di quattro giorni a parità di stipendio. I risultati sono stati positivi: un aumento della produttività a fronte di una diminuzione dello stress riscontrato dai lavoratori.

Altre aziende hanno deciso di seguire l’esempio. In Giappone, nell’agosto del 2019, la Microsoft ha avviato una sperimentazione di un mese. I risultati: un aumento di produttività e una diminuzione dei costi aziendali (tra i quali energia elettrica e carta stampata). I risultati sono stati talmente positivi che il governo ha inserito la misura nelle linee guida del Piano economico annuale del 2021.

Anche il brand spagnolo Desigual ha deciso di sperimentare la settimana corta. L’ottobre passato venne addirittura indetto un referendum interno, approvato a larga maggioranza, per introdurre la misura. In questo caso si è trattato di una riduzione da 39,5 ore lavorative a 34,5 con una conseguente riduzione del 6,5% del salario.

In Nuova Zelanda, il primo ministro Jacinda Ardern ha visto questo modello come una possibile soluzione per aiutare la ripresa post-Covid. Uniliever (azienda che possiede grandi marchi tra cui Dove e Lipton), ha deciso quindi di mettere alla prova i suoi 81 dipendenti neozelandesi a parità di stipendio.

Già a partire da questo gennaio 2022, gli Emirati Arabi hanno deciso di accorciare la settimana lavorativa riducendola a quattro giorni e mezzo. Il weekend si estende quindi da venerdì pomeriggio a domenica, fino ad ora considerata giornata lavorativa.

Anche in Scozia è sul tavolo un progetto da £10 milioni per testare la settimana da quattro giorni lavorativi senza riduzione di salario.

Il caso spagnolo

Un caso interessante è sicuramente quello spagnolo. La Spagna è uno dei paesi europei con con il maggior numero di ore di lavoro settimanali.

Ad inizio 2021 il partito di sinistra Más País ha proposto di introdurre la giornata lavorativa di quattro giorni. Il piano era di garantire dei sussidi alle imprese che avessero deciso di aderire al programma al fine di evitare licenziamenti e riduzioni di stipendio.

Il programma pilota proposto prevede la sperimentazione in duecento aziende, dando la priorità a piccole e medie imprese (le più diffuse sul territorio). Lo Stato è tenuto a farsi carico del 100% dei costi della transizione durante il primo anno, il 50% nel secondo e il 25% nel terzo. Il governo ha approvato il progetto.

A questo proposito lo scorso settembre il ministro del lavoro Yolanda Díaz non ha escluso la possibilità di introdurre la settimana lavorativa corta (di 32 ore) nel 2022.

I dubbi

Anche se molti esperimenti sono stati un successo, la riduzione di orario non è sempre così semplice. Molti rimangono scettici di fronte a questa possibilità.

Un punto fondamentale è la gestione degli stipendi. La proposta è vista di buon occhio quando il salario rimane invariato. Ma è sostenibile, per un’impresa, pagare i dipendenti allo stesso modo per meno ore di lavoro? Sono disposti i lavoratori a guadagnare meno? Secondo gli scettici la transizione sarebbe possibile solo in grandi imprese, in quanto richiederebbe molte risorse o un aiuto da parte dello Stato.

Sarebbe inoltre necessario un vero e proprio cambio di mentalità. Molti lavoratori potrebbero infatti approfittare del giorno di riposo aggiuntivo non per occuparsi della propria vita privata bensì per trovare una seconda occupazione (soprattutto in paesi a basso salario come l’Italia). Non è inoltre scontata una riduzione dello stress: i lavoratori potrebbero dover svolgere il lavoro di cinque giorni in quattro, magari aumentando gli straordinari giornalieri.

Secondo alcuni esperti la giornata lavorativa corta non è adatta a tutti i settori. Alcuni lavori non possono infatti essere svolti in meno tempo senza ripercussioni. Questo potrebbe quindi creare delle ulteriori disparità.

Insomma, lavorare quattro giorni alla settimana non è più un’utopia, ma i dubbi rimangono molti.

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