Sahel: una delle regioni più dimenticate del mondo

04/22 • 7 min • Copia link

Attenzione: questo articolo è un po' datato e alcune informazioni potrebbero non essere aggiornate.

Il Sahel è una delle regioni più colpite dai conflitti, dal cambiamento climatico e dall’instabilità politica al mondo. Dal 2017 si è verificato un aumento esponenziale degli episodi violenti. Si tratta di un territorio in cui la povertà e la disoccupazione dilagano di pari passo con i gruppi terroristici. La Francia ha guidato numerose operazioni sul territorio ma con scarsi risultati. Nonostante ciò rimane anche una delle regioni più dimenticate del mondo.

Cos’è il Sahel?

Il Sahel è una zona dell’Africa subsahariana che si estende dall’Oceano Atlantico, a ovest, fino al Mar Rosso, a est. È una striscia di terra lunga oltre cinquemila chilometri compresa tra il deserto del Sahara e la savana. Questa regione comprende lembi di terra di diversi Stati, tra cui: Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Chad, Camerun, Sudan e Eritrea.

La regione del Sahel
La regione del Sahel

Per capire l’instabilità presente nella zona è fondamentale parlare del suo territorio. Il Sahel è caratterizzato da un forte processo di desertificazione. Qui, il cambiamento climatico è ancora più imponente: le temperature si alzano 1.5 volte più velocemente rispetto alla media globale. Questo causa una grande crisi per gli abitanti di una delle zone più povere del mondo, che dipendono dalla terra e dall’agricoltura.

Un’altra caratteristica della regione è l’altissima crescita demografica, con una popolazione che duplicherà nei prossimi trent’anni. Il Sahel conta infatti il tasso di crescita più elevato al mondo. Si stima che si passerà dalle 150 milioni di persone oggi a 350 milioni nel 2050.

Cos’è il Sahel: terra di conflitti

La regione soffre di un grave problema di sicurezza. Nonostante il Sahel sia considerato oggi come un hotspot del terrore, i conflitti non sono qualcosa di nuovo. Già da tempo sono diffusi gli scontri tra i diversi gruppi etnici presenti sul territorio, soprattutto tra i gruppi nomadi e quelli sedentari per l’accesso alle risorse.

Negli ultimi anni si sono però diffusi anche gruppi di militanti islamici come Boko Haram, ISGS (Islamic State in the Greater Sahara) e JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), conosciuti per i massacri e le razzie nei villaggi. Il Sahel è il luogo perfetto per la diffusione di questi gruppi: si tratta di una regione caratterizzata da ampi spazi desertici difficili da pattugliare, frontiere poco controllate, una scarsa fiducia nei governi, dispute locali e soprattutto grande povertà. La mancanza di risorse e occupazione fa sì che i civili siano meno propensi a sostenere il governo. I gruppi estremisti possono quindi guadagnare popolarità e trovare facili alleati offrendo poco denaro. Le reclute vedono spesso l’arruolamento come un vero e proprio lavoro per scappare dalla povertà e sostenere le proprie famiglie.

Non solo i Tuareg

La diffusione massiva dei gruppi terroristici ha il suo apice nel 2012 in Mali. Nel nord del paese, i Tuareg – gruppo seminomade presente in Mali, Niger, Algeria, Burkina Faso, Libia e Ciad – danno inizio ad un’offensiva secessionista (la quarta). I membri di diversi gruppi jihadisti vedono il disordine come una possibilità per affermarsi sul territorio. Decidono quindi di combattere con i Tuareg riuscendo ad occupare tutta la parte nord del Paese. Il Mali si è salvato dalla completa invasione solo grazie all’intervento militare francese (con l’operazione Serval).

La diffusione di questi gruppi è stata causata anche dal collasso del regime di Gheddafi in Libia, la conseguente guerra civile e la sconfitta dello “Stato Islamico” in Iraq e Siria. Questi eventi hanno portato alla diffusione di jihadisti nel territorio del Sahel, sia per fuggire che per reclutare uomini.

I gruppi terroristici si sono poi progressivamente diffusi in tutta la zona, in particolare in Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Chad. Il Global Terrorism Index nel 2020 ha pubblicato un rapporto che ha sottolineato come le nuove minacce terroristiche si stiano diffondendo soprattutto nel territorio sub-sahariano. Il 41% degli attacchi totali connessi all’ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant) nel 2019 si sono verificati proprio in questa zona. Il centro di gravità dello Stato Islamico sembra si stia spostando dal Medio Oriente all’Africa.

La risposta del G5 e l’Alleanza del Sahel

Gli stati più colpiti hanno deciso, nel 2014, di rispondere collettivamente attraverso la creazione del G5. Il G5 è un framework di cooperazione intergovernativa per lo sviluppo e la sicurezza della regione. I pilastri chiave sono quelli della governance, della resilienza, della difesa e delle infrastrutture.

Oltre ad accordi di partnership internazionali, nel 2017 il G5 ha deciso di creare una forza militare composta da contingenti messi a disposizione dai vari stati membri per la lotta al terrorismo e la facilitazione delle operazioni umanitarie e di sviluppo.

Il problema principale del G5 è la mancanza di risorse. Questo lo costringe ad essere dipendente dai partner stranieri. Infatti, sempre nel 2017, venne creata l’Alleanza del Sahel. Si tratta di venticinque partner tecnico-finanziari guidati da Francia, Germania e Unione Europea con lo scopo di supportare il lavoro del G5 e offrire assistenza su tematiche legate allo sviluppo.

Il ruolo della Francia

La Francia ha un ruolo centrale nella regione. Le operazioni militari sul territorio sono iniziate nel 2013 in Mali con l’operazione Serval. L’anno dopo questa è stata sostituita dall’operazione Barkhane, con l’intento di stabilizzare tutto il Sahel. Nel 2020 è poi iniziata la missione militare multilaterale Takuba, a cui partecipano molti paesi europei. Si tratta di un’operazione a guida francese per regolare i flussi migratori, i traffici illeciti e contrastare il jihadismo.

Perché la Francia è così interessata a questa regione? Sebbene gran parte degli stati sono ex colonie francesi ciò non spiega completamente il suo interesse. Le ex colonie, ed in particolare i loro sistemi bancari, sono ancora dipendenti dal paese europeo. Il controllo francese sembrerebbe legato a due principali fattori: la presenza, in grandi quantità, di importanti materie naturali (uranio, oro, petrolio) e le carovane di migranti.

Per quanto riguarda le materie naturali la Francia ha sempre avuto un forte interesse per le miniere di uranio. Durante il colonialismo si è quindi principalmente occupata del controllo di queste, lasciando il resto incustodito e sottosviluppato. Ha quindi messo e tolto dittatori per garantire la sua fornitura. L’uranio è oggi fondamentale nelle centrali nucleari per produrre energia (ricordiamo che la Francia è l’unica “potenza nucleare” in Europa).

Un altro punto fondamentale sono i migranti. La popolazione della regione è sempre più povera ma sempre più numerosa. Il rischio è quindi quello di carovane di migranti che si dirigono verso l’Europa e in particolare verso la Francia (gran parte della popolazione parla francese).

Non bisogna poi dimenticare che il Sahel è il principale punto di transito per la maggior parte delle droghe vendute in Europa.

Il “ritiro” delle truppe francesi

Nel 2021 il presidente Macron ha annunciato il ritiro graduale dei suoi soldati e quindi la fine dell’operazione Barkhane. In realtà si tratta di un ritiro parziale in quanto la Francia continuerà a partecipare alla lotta contro i gruppi collegati ad al-Qaida e allo Stato Islamico.

Questa decisione sembra dovuta sia ai pochi progressi ottenuti sul territorio – sia dal punto di vista della stabilità politica che dello sviluppo – che ha avuto come apice il colpo di stato in Mali nel maggio 2021, sia all’opinione pubblica che preme per il ritiro dal Sahel. Il consenso di quest’ultima è fondamentale per Macron vista la sua scelta di partecipare di nuovo alle elezioni presidenziali (che si stanno tenendo in questi giorni in Francia).

The Great Green Wall project

Le operazioni militari si sono in generale rivelate poco efficaci, non basta una soluzione militare per risolvere i problemi nel territorio.

Il cambiamento climatico sta rendendo la vita nel Sahel sempre più difficile ed è anche per questo che le migrazioni sono in costante aumento. Nel 2007, però, l’Unione Africana ha lanciato il progetto del ‘Great Green Wall’. Si tratta di un’operazione di riforestazione della zona che vuole fronteggiare il cambiamento climatico, desertificazione e migrazioni piantando milioni di alberi nella regione del Sahel per migliorare le condizioni di vita. Una volta completo, il Muro attraverserà undici Paesi con i suoi 8000 km di lunghezza e 15 di larghezza.

Il progetto è finanziato da numerose potenze internazionali tra cui la Banca Mondiale e dalle Nazioni Unite (con 8 miliardi di dollari). Conta poi con l’appoggio dell’Unione Africana e il sostegno finanziario arrivato dalla COP21 che si è tenuta a Parigi nel 2015.

Leggi anche: Traffico di organi: un nemico che agisce nell’ombra

di

Contribuisci

Non sei d'accordo con quanto scritto o vuoi aggiungere qualcosa? Puoi contribuire all'approfondimento inviando all'autore un commento all'articolo. L'autore si impegnerà a risponderti e, eventualmente, a integrare l'articolo sulla base delle tue segnalazioni.

Cliccando su "Invia" dichiaro di aver letto l'informativa privacy e acconsento alla memorizzazione dei miei dati nel vostro archivio secondo quanto stabilito dal regolamento europeo per la protezione dei dati personali n. 679/2016, GDPR.