Reddito di cittadinanza: di cosa stiamo parlando?

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Dopo il polverone mediatico che scatenò nel 2019 la sua introduzione, ancora nel 2021 non si smette di parlare di Reddito di cittadinanza. Se ne è parlato più per i difetti che per i pregi. All’ordine del giorno dei mezzi di informazione ci sono “furbetti” con il macchinone o con grosse vincite di scommesse mai dichiarate e chi percepisce la misura per “stare sul divano” (come diceva Renzi). Se ne sono sentite di tutti i colori, ma di cosa si tratta veramente?

Che cos’è il reddito di cittadinanza?

Partiamo dalle basi. Il Reddito di cittadinanza è una misura di reddito minimo introdotta dal governo Conte I. Le misure di reddito minimo hanno come scopo il sostegno al reddito di persone in condizione di povertà e di esclusione lavorativa e sociale. Queste politiche cominciarono ad essere introdotte in Europa già dai decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale grazie all’esempio inglese. Non bisogna però dimenticare che nei Paesi europei queste misure si diffusero con notevoli differenze in generosità e requisiti d’accesso. Fino a pochi anni fa erano solo tre le eccezioni: Italia, Spagna e Grecia. In questi Paesi le misure per la lotta contro la povertà si sono sviluppate molto lentamente e in modo frammentato. In Italia negli ultimi trent’anni sono stati portati avanti alcuni tentativi a livello territoriale o regionale ma mai nazionale.

Solo con la Grande Recessione del 2007 e il conseguente incremento della povertà vennero adottate delle misure concrete. Non era più possibile chiudere gli occhi di fronte un problema di così grande portata.

Il Reddito di cittadinanza (Rdc) è il secondo tentativo di introdurre una misura di contrasto alla povertà in Italia. Il primo fu il Reddito di inclusione (REI), misura introdotta dal governo Gentiloni nel 2017. La prima proposta di Reddito di cittadinanza arrivò dal Movimento 5 Stelle già nel 2013. Questa divenne il suo “cavallo di battaglia” nonostante andò in contro a numerose modifiche nel corso degli anni. Di fatto poi il Rdc si basò sullo stesso schema del Rei: una misura di reddito minimo, selettiva in base all’Isee e subordinata all’adesione ad un programma di attivazione e inclusione sociale e lavorativa. La principale differenza tra le due misure è di fatto l’aumento di fondi: si passò da due a ben otto miliardi di euro. L’obiettivo è combattere la povertà relativa, il rischio di cadervi e l’assenza di lavoro.

Caratteristiche, condizionalità e requisiti d’accesso

Senza scendere in dettagli eccessivamente tecnici (che si possono trovare sul sito dell’INPS), possiamo schematizzare i punti fondamentali della misura. Il Reddito di cittadinanza è un beneficio che può raggiungere i 780 euro mensili per un single. L’importo medio complessivo è di 489 euro.

Si tratta di una misura improntata sulla condizionalità. Prevede infatti, entro trenta giorni dal riconoscimento del diritto, che tutti i componenti maggiorenni non occupati (e non esonerati) debbano dare disponibilità al lavoro. Questo avviene attraverso l’attivazione di un Patto per il lavoro (un patto di servizio personalizzato di formazione o inserimento lavorativo). Chi sottoscrive questo patto deve, a pena di perdita del beneficio, accettare almeno una di tre proposte di lavoro che rispettino determinati requisiti. Nei primi 12 mesi, la prima offerta di lavoro può arrivare fino ad un massimo di 100km o minuti di viaggio, la seconda entro 250km e la terza da tutta Italia. Possono essere rifiutati tutti quei lavori che offrono meno di 858 euro senza incorrere nella perdita della prestazione.

I requisiti di accesso sono piuttosto stringenti, soprattutto per alcune categorie. Per poter richiedere il beneficio è necessaria una residenza in Italia per almeno dieci anni, ciò rende molto difficile l’accesso al beneficio per gli immigrati poveri (ai quali vengono richiesti anche i certificati sulla ricchezza nel paese d’origine). Sarebbero poi svantaggiate le famiglie più numerose, questo a causa della volontà del Movimento di mantenere il “simbolo” dei 780 euro. Nella proposta del 2013 il M5S promise infatti un beneficio di 780 euro per un nucleo composto da una sola persona, questo coincideva con la soglia di povertà relativa stimata dall’Eurostat nel 2009. Le risorse necessarie per fare ciò erano troppe, il partito finì quindi per ridurre l’importo della misura per le famiglie numerose senza eliminarlo per i single.

Un altro punto sono le soglie uniche a livello nazionale: fanno sì che i beneficiari si concentrino soprattutto al sud, dove la vita costa “meno”.

I navigator

Uno dei punti che destarono più scalpore fu la questione dei “navigator”. I navigator sono delle figure specializzate preposte ad assistere i beneficiari del Reddito di cittadinanza nella ricerca di un lavoro. Il loro compito è quello di selezionare le offerte e proporle. I navigator vennero selezionati tra giovani laureati in materia giuridica tramite un concorso basato su 100 domande a risposta multipla.

Di fatto però il risultato dell’introduzione di queste figure non fu quello sperato. Le resistenze furono molte, anche da parte di aziende che decisero di sottrarsi al censimento dei posti di lavoro liberi. Nonostante rimanga un mistero quanti effettivi posti di lavoro abbiano creato, i navigator si sono trovati a lavorare in un sistema complessivamente saturo e disorganizzato: quello dei Centri d’Impiego. A questo proposito l’idea del premier Draghi sarebbe quella di eliminare i navigator (riassorbendoli nell’organizzazione dei Centri) per introdurre una riforma strutturale e organizzativa propria dei Centri di Impiego.

Il reddito di cittadinanza è una misura per trovare lavoro?

Ciò che è importante sottolineare è che non si tratta esclusivamente di un intervento di inclusione lavorativa. È stata spesso ignorata e oscurata completamente la parte redistributiva e di inclusione sociale tipica di una misura di reddito minimo. Questo, oltre a portare ad uno svilimento del valore dei diritti sociali, ha caricato la misura di aspettative eccessive rivolte al mondo del lavoro. Il Reddito di cittadinanza vuole percepire la povertà nel suo senso più totale (quindi anche esclusione), non solo come povertà economica (quindi assenza di lavoro).

Cosa ne pensano i partiti?

Il Reddito di cittadinanza è fonte di numerosi dibattiti politici. La misura è stata vista da molti come incompleta o inefficiente. In effetti quando nel 2019 si votò per la fiducia al decreto ci fu un vero e proprio spaccamento. Tutti i partiti principali (Fratelli d’Italia, Forza Italia, Partito Democratico, Liberi e Uguali) votarono contro. Solo Lega e Movimento Cinque Stelle, la maggioranza parlamentare, votarono a favore. Oggi la questione è ancora oggetto di molte critiche, soprattutto in visione della Legge di Bilancio 2022. Sebbene tutti, anche il Movimento 5 Stelle, condividano la necessità di modificare la legge, il dibattito è oggi se sia una misura da eliminare o meno. I più critici sono Lega, Fratelli d’Italia e Italia Viva.

Giorgia Meloni, leader di FI, sostiene che il Reddito di cittadinanza non sia in grado di portare sviluppo e uscita dalla povertà. Matteo Salvini, che votò a favore della misura nel 2019, si tira oggi indietro, affermando di aver commesso un grave errore di valutazione in passato. Il leader della Lega propone piuttosto di destinare i soldi alle imprese. Dall’altra parte sia Conte che Letta, leader di M5S e Pd, condividono invece una visione più moderata. Le modifiche sarebbero necessarie, ma il Paese non può permettersi di perdere una politica di contrasto alla povertà.

Le modifiche proposte sono molte. Si vorrebbe rendere la misura più incisiva soprattutto nel mondo del lavoro. Le critiche più dure sono nate proprio da un presunto insuccesso dello strumento nell’inserimento lavorativo dei cittadini più in difficoltà.

Il dibattito è ancora molto vivo in vista delle Legge di Bilancio, in queste settimane sono trasparite le prime idee di modifica. Solo nel corso delle prossime settimane potremo capire l’indirizzo del governo.

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