La post-verità: quando la verità non interessa più

04/20 • 9 min • Copia link

Quando si parla di “era della post-verità” si parla di un’era in cui la verità esiste ancora, ma non è più importante. Nel 2016, la parola “post-truth” è stata definita dall’Oxford Dictionaries la parola dell’anno. Per iniziare, vi riportiamo la loro definizione del termine: “circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nella formazione della pubblica opinione, del richiamo alle emozioni e alle convinzioni personali”. In sostanza, la verità è diventata un fattore soggettivo, nella politica, nella scienza, nella società intera.

Il fenomeno Brexit

Una mattina di settembre, nel 2015, il Regno Unito venne a conoscenza di una notizia sconvolgente: il primo Ministro, David Cameron, aveva commesso un atto osceno con la testa di un maiale morto. Fu il Daily Mail a diffondere l’accaduto. La loro fonte era un parlamentare inglese che aveva visto delle fotografie in cui il Primo Ministro era intento a inserire “una parte privata della propria anatomia, nella testa di un maiale”.

Le proteste furono inevitabili. Dopo pochi minuti, spopolarono su Twitter hastag come #piggate o #hameron. Cittadini disgustati, oppositori incalliti, parlamentari anziani, tutti parlavano dell’accaduto. Cameron fu soggetto a un’umiliazione sessuale senza precedenti.

Dopo un giorno intero di battute e scherni online, la storia prese una svolta inaspettata. Isabel Oakeshott, la giornalista che aveva contribuito a diffondere la scabrosa notizia, apparve in tv. Con molto imbarazzo, Oakeshott ammise di non sapere se il suo scoop fosse vero. Disse di non avere reali prove e di non aver verificato la veridicità della sua fonte. La giornalista concluse affermando: “Tocca agli altri decidere se giudicare le notizie credibili o no“. In poche parole, sostenne tra le righe che non era compito dei giornalisti credere nella verità delle notizie che pubblicavano. Dovevano essere i lettori, senza alcuna base e alcuna fonte, a capire se la notizia fosse vera oppure no.

Il 24 giugno, dopo nove mesi da quel fatidico giorno, David Cameron annunciò le sue dimissioni. Poco dopo si sarebbe saputo il risultato del referendum che avrebbe definito il destino del Regno Unito e dell’Europa. Dopo un’ora dai risultati delle votazioni, il leader del partito euroscettico, Nigel Farage, ha ammesso che il Regno Unito, dopo la Brexit, non avrebbe avuto 350 milioni di sterline alla settimana da spendere per la sanità. Quell’affermazione era uno dei pilastri che avevano sostenuto la campagna per il leave. Quello slogan aveva tappezzato gli autobus, inseguito i cittadini al lavoro e al ritorno a casa. Lo slogan si era dimostrato falso. Dopo poche ore, un’altra promessa chiave degli anti-europeisti venne sgretolata: probabilmente, dopo l’uscita dall’Europa, l’immigrazione non sarebbe diminuita.

I fatti non funzionano più

Il voto per la Brexit è stata la prima grande decisione nell’era politica della post-verità. La campagna per il remain aveva cercato di combattere, con i fatti, le fantasie della campagna per il leave ma, come sappiamo, hanno fallito.

Quando un fatto somiglia a qualcosa di reale, è difficile capire se sia vero o no. Arron Banks, il principale finanziatore della campagna per il leave ha detto al The Guardian: “La campagna per il remain era basta su un lungo elenco di fatti. Ma con i fatti non vai da nessuna parte. Devi coinvolgere la gente emotivamente. È il segreto del successo di Trump”. Il problema è che i fatti non funzionano più, la gente non si fida più dei mezzi di informazione, e il risultato è che ognuno comincia a credere alla sua verità.

Chiusi in una bolla

Numerosi algoritmi, come quelli che alimentano la news feed di Facebook, contribuiscono a rafforzare la nostra visione del mondo. Ci mostrano ciò che ci piace, modificando il flusso di notizie per renderle più affini ai nostri gusti. Nel 2011, Eli Pariser ha coniato il termine filter bubble. Questo concetto si basa sul fatto che la personalizzazione di internet rende sempre più difficile accedere a informazioni che mettono in discussione le nostre opinioni.

Facebook è diventato il principale strumento di informazione. La maggior parte delle volte, non sono più i giornalisti a informarci, ma i nostri familiari, i nostri amici o conoscenti. Danielle Clinton, esperta di molestie online, ha spiegato che la gente “diffonde le opinioni di altri perché pensano di aver saputo qualcosa di importante”. Un soggetto condivide un fatto su Facebook per diversi motivi, per dimostrare la sua intelligenza, per rafforzare delle amicizie o per avere approvazione. In questo modo il ciclo si ripete velocemente ed esponenzialmente.

Attraverso i nuovi media le notizie vere e quelle false viaggiano allo stesso modo, anzi, spesso quelle fasulle viaggiano di più. Nei social nework, il confine tra opinione e informazione è spesso labile e le fonti sono per la maggior parte incerte. Questo sta portando al decadimento dell’informazione.

Il giornalismo oggi

Purtroppo, il giornalismo si sta allontanando gradualmente dall’interesse pubblico, avvicinandosi alla logica delle views. Per molti giornali digitali, la misura del valore di una notizia non è più la qualità, ma la viralità.

Nel 2014, Neetzan Zimmerman, specialista di storie virali su Gawker, ha spiegato il fenomeno contemporaneo affermando che “di questi tempi, non è importante che una notizia sia vera. L’unica cosa che conta è che la gente ci clicchi sopra”. Un tempo, i valori del giornalismo erano chiari: rafforzare legami sociali, creare un pubblico di lettori informati e, infine, promuovere l’idea dell’informazione come bene pubblico, necessario per la democrazia. Oggi, purtroppo, siamo di fronte a un cambiamento del giornalismo improntato maggiormente su valori consumistici.

Un’industria in crisi

La causa di questo fenomeno è che il modello economico di molte testate digitali è improntato sui clic. L’obbiettivo è diventato pubblicare più notizie possibili, sfruttando fino all’ultimo centesimo la pubblicità online. Data la velocità con cui gli articoli vengono prodotti, per i giornalisti è diventato difficile controllare al meglio le fonti e i fatti.

Un’industria dell’informazione che rincorre disperatamente i clic è un’industria in crisi, ed è quello che sta succedendo oggi al giornalismo digitale. Per quanti clic una testata possa avere, non sono mai abbastanza, ed è diventato quasi impossibile far pagare l’accesso ai contenuti, dato che i lettori sono abituati ad avere una grande mole di informazione del tutto gratuita. Per questo motivo numerosi giornalisti stanno perdendo il lavoro.

La necessità di sopravvivere producendo articoli che possano essere visualizzati il più possibile, a spese di accuratezza e affidabilità, sta rovinando i valori fondamentali del giornalismo: raccontare la verità. I fatti e le informazioni affidabili sono necessari per il funzionamento della democrazia. Il giornalismo è uno strumento essenziale per combattere la sfida alla post-verità. Ma per farlo è necessario che il modello di business delle testate giornalistiche digitali si rinnovi al servizio della collettività.

La post-verità nella politica

Il termine post-truth si è diffuso esponenzialmente dopo le elezioni di Trump e il voto per la Brexit, due fenomeni puramente politici. Quando le notizie false vengono diffuse, gli obbiettivi sono principalmente economici o politici. Trump, durante la sua campagna elettorale, ha fatto un uso smisurato di fake news per combattere l’avversaria Hillary Clinton. Come sappiamo, è riuscito a vincere, proprio come gli anti-europeisti nel Regno Unito.

Lee McIntyre, autore del libro “post-truth“, ha provato a fare chiarezza sul tema della post-verità, concentrandosi sull’aspetto politico. Secondo il ricercatore, si parla di post verità quando “l’ideologia ha la meglio sulla realtà perché quale sia la verità interessa poco o niente. Normalmente, per imporre una propria visione, si tende a provare a convincere l’altro con fatti e argomentazioni. In quest’era, non è necessario fare un tale sforzo. Per inculcare nell’altro la propria visione del mondo, basta presentargli dei concetti semplici e accattivanti. Non importa che siano fondati, nessuno andrà a verificare.

Mcyntyre ha paragonato la post-verità a qualcosa di simile a 1984 di Orwell. Nel romanzo, lo scrittore immaginava una realtà in cui la verità era subordinata alla politica e i leader si servivano di questo elemento per opprimere i cittadini. Un’era in cui la verità è subordinata alla politica è un’era fatta di totalitarismo, perché l’informazione attiva è uno degli elementi fondamentali della democrazia. I cittadini sanno cosa succede nel mondo, sono attivi, informati e per questo hanno il potere di decidere con consapevolezza chi deve governarli. Inoltre, con il crollo dell’autorità dei sistemi di informazione, il populismo ha più possibilità di attecchire nella società.

La scienza perde potere

Il ricercatore si è anche concentrato sul ruolo delle fake news nella scienza e nella medicina. Perché la gente non crede nel riscaldamento globale? Perché le persone negano l’evoluzione?

Basti pensare a quanto ci ha impiegato la medicina ha convincere i cittadini dei danni provocati dal fumo di sigaretta. Nonostante le ricerche e le prove dimostrate, per molto tempo, la gente ha creduto negli slogan delle aziende piuttosto che nella scienza. Seguendo l’esempio delle sigarette, molti consulenti hanno consigliato alle aziende petrolifere di fare lo stesso con il fenomeno del cambiamento climatico. È stato semplice, è bastato dire alle persone che c’erano due interpretazioni dei fatti, che la scienza era divisa a riguardo, alcuni credevano nel riscaldamento globale, altri no.

I politici ci hanno messo poco a capire che dovevano fare lo stesso. Mettere in dubbio i fatti con affermazioni senza prove, contrastare la realtà con le opinioni. A quel punto, la gente avrebbe creduto a ciò che voleva credere, senza porsi domande.

Come combattere la post-truth?

Gli esperti dibattono da anni sul modo migliore per contrastare il fenomeno. Alcuni ritengono che la costituzione di molti paesi democratici sarà un’arma sufficiente a vincere questa sfida. Altri temono che la perdita del valore della verità porterà la democrazia a sgretolarsi e che, per questo motivo, bisognerebbe imporre regolamentazioni per contenere il fenomeno. Limitare la diffusione di notizie false va in contrasto con la libertà di espressione? Sarebbe possibile modificare alcuni canali di informazione o alcuni atteggiamenti politici per promuovere la verità?

La maniera più semplice per limitare questo problema è, in primo luogo, agire individualmente. Mcyntyre ritiene che un modo per combattere la post verità sia la “science attitude“. La scienza si basa su fatti dimostrati ed è in continua evoluzione perché dominata dal pensiero critico. Mettere in dubbio tutto, informarsi e verificare, è quello che dovremmo fare anche noi. Un bravo scienziato deve essere sempre pronto all’eventualità che le sue teorie possano essere sbagliate. Non possiamo costringere tutta la popolazione mondiale ad adottare questa abitudine. Quello che possiamo fare è cercare di non cadere individualmente nella trappola della post-verità.

di Micaela Asia Foti