L’India non è un paese per donne

05/21 • 7 min • Copia link

Un sondaggio del 2018 aveva classificato l’India come il paese più pericoloso per le donne. Il governo indiano aveva immediatamente denunciato la ricerca e i suoi esiti. Secondo lo studio, dei paesi in guerra, come l’Afghanistan e la Siria, hanno superato la democrazia più grande del mondo in fatto di diritti delle donne. Ma è davvero così grave la situazione delle donne in India?

La situazione delle donne in India

Il sondaggio in questione è stato ampiamente criticato, soprattutto per i suoi metodi di ricerca e la sua poca trasparenza. Questo però non assolve il governo indiano, perché i dati dipingono un paese con un evidente problema da risolvere. Nel 2016, il paese ha visto uno stupro ogni tredici minuti. Si tratta di un numero allarmante, al quale se ne aggiungono di peggiori: nello stesso anno, sei donne al giorno hanno subito stupri di gruppo e una sposa è stata uccisa per dote ogni 69 minuti.

Oggi siamo nel 2021 e sono passati 5 anni, ma la situazione non sta migliorando. Dal 2007 al 2016, i crimini contro le donne in India sono cresciuti dell’83%. Nel 2015 le donne che lavoravano erano il 35%, ma nel 2018 questo dato si è abbassato al 26%. In questi casi le nuove generazioni fanno sperare in un miglioramento futuro, ma in India non è così scontato: il 41% dei giovani uomini ritiene che le donne non dovrebbero lavorare. Ed è così che nonostante il grande numero di cittadine indiane, queste contribuiscono solo a un sesto della produzione economica totale.

Nel tempo l’India ha fatto anche dei passi avanti. Ha raggiunto traguardi, che evidentemente, non sono stati sufficienti per compensare la sofferenza della società: ogni anno, 20.000 casalinghe indiane si tolgono la vita.

Il sistema della dote

Nel 2018, un uomo fa visita alla polizia locale di Delhi e racconta di essere preoccupato per la figlia. Da settimane, la giovane sopportava violenze e maltrattamenti per mano del marito e della sua famiglia: volevano una dote che lei non poteva dargli. Pochi giorni dopo, la figlia muore. La polizia chiude la faccenda etichettando la morte come un suicidio. Ma la famiglia della ragazza insiste: “Questo non è un suicidio. È un omicidio causato dalla dote”. Alla fine, le autorità hanno creduto al vedovo e il decesso della giovane non è stato conteggiato nelle statistiche annuali degli omicidi causati dalla dote.

Se due ragazzi indiani si sposano, la famiglia di lei deve dare dei soldi alla famiglia di lui: una dote, appunto. Questa dipende da diversi fattori, tra i quali il reddito dell’uomo: più guadagna e più la dote sarà alta. Nel sistema dei matrimoni combinati, la dote è diventata il cartellino del prezzo del marito: ecco quanto vale mio figlio. Nonostante questa usanza sia illegale dal 1961, è ancora molto diffusa e spesso non viene punita. In un paese che ha circa 10 milioni di matrimoni all’anno, nel 2015 i casi di dote sono stati solo 10.000. Questo perché il crimine diventa noto in pochi casi: quando la famiglia della sposa non può permettersi di pagare, o quando la sposa muore.

Le donne in India muoiono per la dote

Sempre nel 2015, 7.634 donne sono state uccise o costrette ad uccidersi per motivi legati alla dote. Come abbiamo visto anche nel racconto iniziale, il numero potrebbe essere molto più alto. Quella che doveva essere un’usanza culturale per finanziare la famiglia, diventa spesso una tragica fonte di guadagno per lo sposo, che stanco della moglie la uccide. Non è raro che il crimine venga consumato con l’aiuto della famiglia e in passato aveva un modus operandi frequente: la sposa moriva bruciata viva in cucina e l’omicidio veniva descritto come un “incidente domestico”.

La caccia alle streghe che terrorizza le donne in India

Il gruppo di uomini circondava le tre donne, picchiandole con bastoni e grossi tubi di ferro. Le tre piangevano rannicchiate a terra, mentre la folla si radunava e le chiamava dakan. Questa parola, in lingua gujarati, significa “strega” e per quanto possa sembrarci fuori dal tempo, è molto diffusa in India. L’aggressione a quelle donne risale al 2014 e si somma alle migliaia di cacce alle streghe che sono avvenuto e che avvengono tutt’ora in India. Secondo il Ministero degli interni di Delhi, dal 2001 al 2017, le persone uccise per stregoneria sono 2.290. Si tratta di una donna ogni 2,4 giorni. Anche in questo caso, il numero potrebbe essere molto più alto, perché diversi stati non riconoscono la stregoneria come movente degli omicidi.

Le esecuzioni

Nei remoti villaggi del Nord-Est indiano, le donne devono chiedere il permesso ai mariti prima di parlare. In questo clima di profonda diseguaglianza, le streghe diventano il capro espiatorio per ogni evento maligno, dalle alluvioni, alla morte del bestiame. Stregoni e guaritori sfruttano la superstizione delle famiglie per placare la loro ira in caso di cure fallimentari o morte. Ed è quello che è successo a una bambina di 10 anni nel marzo del 2017. Il guaritore ha fallito nella cura e lei è stata accusata di stregoneria. In questi villaggi i figli vengono costretti dalle folle inferocite a picchiare la madre-strega. Le donne scappano come degli animali, inseguite dai cittadini con una rete. Dopo la cattura, vengono fatte delle esecuzioni pubbliche. La vittima viene costretta a confessare e a ingerire escrementi. Poi e viene uccisa, decapitata, impiccata, bruciata o sotterrata viva.

Un dato rilevante riguarda l’identità degli assassini, che spesso corrisponde ai parenti della vittima. Non è raro che i familiari utilizzino la scusa della superstizione per derubare la donna dei propri terreni o delle sue proprietà. Infatti, dopo la morte della presunta strega, gli averi passano alla sua famiglia e saranno loro a decidere se tenerli o rivenderli. Altri casi vedono protagonisti degli uomini respinti, che per vendicarsi ricorrono all’espediente della stregoneria. In queste realtà, accusare una donna e mandarla a morte non è difficile: è sufficiente che un membro della sua famiglia dica di aver sognato che la strega li malediva.

Conclusioni sulla situazione delle donne in India

Ci sarebbero altre tragiche storie da raccontare, ma se volete scoprirle vi rimandiamo al libro “La tigre e il drone. Il continente indiano tra divinità e robot, rivoluzioni e crisi climatiche” di Carlo Pizzati. Nonostante i miglioramenti portati avanti dall’India, il paese rimane ancora un luogo profondamente inospitale per le donne. Questa tendenza segue anche delle logiche geografiche, se nel Sud la situazione va un po’ meglio, al Nord, povertà e ignoranza raccontano storie come quelle della caccia alle streghe.

L’India poi si mostra come un paese pieno di contraddizioni. Da una parte, ci sono usanze come il sati, che costringono le vedove a bruciarsi vive insieme ai mariti, dall’altra, le donne in India possono raggiungere il potere. Il 14% del Parlamento indiano è costituito da donne, un dato che non fa sperare in un percorso verso l’uguaglianza, tutt’altro.

Forse è vero, il sondaggio citato all’inizio poteva essere criticato per il suo metodo d’indagine, ma questo non deve esimere il governo indiano dal prendersi le sue responsabilità. Amnesty International nel 2019 ha posizionato l’India tra le prime 5 nazioni al mondo in cui è pericoloso vivere per una donna. Nel 2018, 56.000 persone sono morte durante il parto. Il 52% delle donne in India crede che sia giustificabile un marito che picchia una moglie. Tutto questo, in un paese dove un portavoce del Parlamento dello stato di Andhra Pradesh pronuncia un discorso simile: “Oggi invece le donne […] sono esposte alla società. E quando sono esposte alla società sono più vulnerabili ai corteggiamenti non voluti, alle molestie, agli stupri e ai rapimenti. Non è forse vero? Ma se stanno a casa tutto questo non accade”, subito dopo aver paragonato le donne in India a un’auto nuova.

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