I dati personali: la nuova moneta del XXI secolo?

12/21 • 6 min • Copia link

L’essere umano è sempre stato portato ad attribuire valore simbolico a degli elementi che non hanno un effettivo valore intrinseco: è proprio così che è nato il concetto dei “soldi”. Utilizzare degli oggetti di materiale variabile in grado di rappresentare un valore più o meno universalmente riconosciuto. Banconote, monete, da un po’ di tempo anche criptovalute. Tuttavia, esiste qualcos’altro che tutti i giorni viene utilizzato da milioni di persone come merce di scambio, pur non venendo spesso riconosciuto come tale: si tratta dei dati personali. Tutte le interazioni fatte sul web da miliardi di utenti sono diventate la risorsa che ad oggi è in grado di generare più valore, rendendo così la caccia ai dati una corsa all’oro contemporanea. Ma come si maneggiano i dati? E soprattutto, perché sono così preziosi?

A cosa servono i dati personali?

L’incredibile mole di dati raccolta giornalmente dalle piattaforme non genera valore di per sé, ma in quanto processata da uno o più algoritmi. La definizione classica di algoritmo si riferisce a un qualcosa che segue delle istruzioni ben precise per risolvere un problema, non diversamente da come una ricetta mette in una determinata sequenza dei passaggi specifici per ottenere una torta. L’algoritmo – nella sua accezione più ampia – è un qualsiasi passaggio logico che porta al risultato desiderato.

Quando questo viene applicato ai dati, il suo compito è duplice: profilare gli utenti e creare delle predizioni. È questo ulteriore passaggio che delinea l’altissimo valore economico dei dati. La logica sottostante è semplice: i dati raccolti sono utilizzati per tratteggiare i contorni degli utenti stessi, per poi collocare questi ultimi in determinati pattern. Gli algoritmi sono in grado di comprendere – attraverso l’incrocio e la combinazione delle informazioni raccolte – le preferenze degli utenti e ciò che ad essi è più caro. Ogni utente viene così schematizzato, e lo schema viene a sua volta impiegato per prevedere ciò che presumibilmente potrà essere più in linea con la sua persona.

Ad ogni utente vengono così mostrati contenuti ad hoc, per aumentare esponenzialmente le interazioni con la piattaforma e quindi la quantità di dati che l’utente inconsapevole cede ad essa. Più interazioni, più dati. Più dati, più accuratezza nelle predizioni. Più la predizione è corretta, maggiore sarà il tornaconto economico. Nei siti di e-commerce viene così mostrata la merce più affine ai nostri gusti, mentre su Instagram siamo totalmente bombardati da contenuti sempre più univoci e polarizzanti. Ecco allora che il bieco meccanismo di condizionamento da noi stessi alimentato si trasforma in una fabbrica di moneta sonante.

Le fonti parlano chiaro

Un aspetto particolarmente interessante su cui soffermarsi è come la scarsa percezione generale di tale meccanismo sia invece completamente introiettata dagli addetti ai lavori e, pertanto, sia presente nelle fonti ufficiali. Analizzando la legislazione europea riguardante il rapporto tra piattaforme ed utenti finali, è utile soffermarsi sulla direttiva UE 2019/770. Nell’art.3, la direttiva specifica che nei servizi a titolo oneroso – ovvero quelli per la quale erogazione deve esserci un corrispettivo economico – i dati personali sono avvicinabili, appunto, ad un’adeguata retribuzione. Nonostante tale comparazione non sia resa esplicita e il legislatore europeo rimanga in questa direttiva volutamente piuttosto ambiguo, è comunque degno di nota il fatto che a livello legislativo e istituzionale si accenni all’argomento con una certa disinvoltura.

Rimanendo sull’analisi delle fonti in materia si potrebbe esaminare il contenuto delle “Condizioni generali di uso” di Amazon. L’art.2 recita: “Come parte dei Servizi Amazon ti suggeriremo funzionalità, prodotti e servizi, inclusi annunci pubblicitari di terze parti che potrebbero interessarti e, inoltre, identificheremo le tue preferenze e personalizzeremo la tua esperienza”: ciò non è altro che il meccanismo di profilazione e predizione trattato in precedenza.

Ancor più incredibile è però ciò che contiene l’Informativa sulla privacy di Amazon, dove nella categoria “Esempi di dati che raccogliamo” è esplicitamente scritto: “Ci fornisci i tuoi dati quando […] parli o interagisci in altro modo con il nostro servizio vocale Alexa”. In altri termini, è qui reso nero su bianco che un dispositivo altamente sofisticato come Alexa raccoglie i dati degli utenti anche quando questi non sono in quello specifico momento intenzionati a cederli e, soprattutto, indipendentemente dalla sensibilità del dato in questione. Ecco quali sono le condizioni accettate quando si utilizza una piattaforma: cedere i propri dati per agevolazioni e servizi che troppo spesso vengono erroneamente interpretati come gratuiti.

Quali sono le considerazioni da fare?

La cessione di una mole sempre più cospicua di dati impone la necessità di una riflessione sui possibili scenari futuri. L’argomento è complesso e fare previsioni in materia è particolarmente rischioso, ma interrogarsi sui possibili mutamenti del tessuto sociale alla luce di quanto sopra descritto è quantomeno doveroso.

Quando la quantità di dati raccolti sarà tale da permettere una profilazione quasi perfetta dell’utente, i meccanismi di condizionamento saranno massimamente efficaci. In una società democratica, dove spesso la manifestazione del volere del singolo non esprime un pensiero razionale ma un sentimento, come potrebbe l’utente essere tutelato dal condizionamento? Il rischio è quello di sostituire il libero arbitrio con i suggerimenti dell’algoritmo creati appositamente per noi, e quindi affidarsi sempre di più a una posizione che ci soddisfa appieno proprio perché creata per appagarci. E ancora, gli esseri umani sono abituati a pensare alla vita come ad un dramma decisionale: cosa accadrà quando si delegherà sempre più all’algoritmo – che nel frattempo conoscerà gli utenti meglio di sé stessi – la difficoltà della scelta?

Queste sono soltanto alcune delle infinite implicazioni sulle quali si potrebbe ragionare, ma c’è un’ultima considerazione da fare: a trarre vantaggio da simili dinamiche sono le piattaforme che possiedono i mezzi adeguati per raccogliere quantità di dati mastodontiche. Se chi possiede i dati possiede il futuro, come porsi d’innanzi al potere che le Big Tech accumulano giorno dopo giorno? La regolamentazione esponenziale dei giganti del web è un trend che nei prossimi anni sarà destinato a rimanere in primo piano: dalla Cina agli Stati Uniti – passando per l’Europa – le politiche di antitrust fanno scintille. Nel frattempo, la trasformazione degli utenti da clienti a prodotti si può considerare iniziata: è un vero e proprio cambiamento di prospettiva, che rende l’utente un inconsapevole coniatore di una nuova moneta.

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