Didattica a distanza: parola agli insegnanti

12/20 • 13 min • Copia link

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Dall’inizio della pandemia, la Didattica a distanza è entrata nella vita di migliaia di alunni e insegnanti. La stragrande maggioranza degli studenti di tutta Italia si è ritrovata, da un giorno all’altro, senza un compagno di banco, senza un’interazione diretta con il docente e priva di linee guida chiare su come affrontare un simile cambiamento. Anche gli insegnanti hanno dovuto adattarsi ad una situazione nuova e mai sperimentata prima. Come gestire un’intera classe a distanza? Come coinvolgere al meglio gli alunni? Ne abbiamo parlato con tre docenti, rispettivamente di una scuola elementare, una scuola media e un liceo classico lombardi. Sono emersi pareri interessanti e spesso tra loro contrastanti: alcuni favorevoli alla DAD, altri contrari. Ecco di seguito le risposte degli intervistati.

Che cosa ha offerto il digitale agli insegnanti? Che cosa invece ha tolto?

Antonella, maestra delle elementari: Il digitale ha aperto ai docenti l’immensa risorsa di contenuti della rete, ma ha tolto la sicurezza di percorsi didattici consolidati e collaudati da anni. Per alcuni di noi questo scenario è stato una straordinaria opportunità formativa e una grande sfida personale e professionale; per altri invece un vero e proprio trauma.

Cristina, professoressa delle medie: Il digitale offre tanto in termini di reperimento, fruizione e condivisione delle informazioni agli insegnanti, i quali devono sapersi mettere in gioco e formarsi continuamente. Non credo tolga nulla se viene usato in modo intelligente e funzionale allo scopo.

Andrea, professore del liceo: Da un lato, il merito del digitale è sicuramente quello di aver mantenuto aperto il dialogo con gli studenti nel modo più efficace possibile. Dall’altro, però, molto si è dovuto sacrificare. In primis il rapporto diretto dei professori con gli studenti e quello tra gli studenti stessi. Per non parlare di tutte le problematiche che si sono venute a creare, soprattutto relative ai metodi di verifica e valutazione degli alunni.

Quali problemi sono sorti e come sono stati affrontati?

Antonella: Il problema fondamentale è stato non poter contare su una competenza digitale diffusa e consolidata da entrambi i lati del tavolo formativo, sia da parte di alcuni docenti sia di alcune famiglie. Le scuole hanno in parte supplito a questa disparità di strumentazione, mentre è toccato agli insegnanti formare i genitori e i ragazzi all’utilizzo di pc e piattaforme di e-learning.

Il secondo e più grave problema è stato il coinvolgimento della fascia di alunni con Disturbi dell’Apprendimento o dell’Attenzione, i quali sono stati seguiti individualmente con non poche difficoltà.

Cristina: Può sembrare assurdo, ma il problema che mi desta maggiore preoccupazione è “La mia rete oggi reggerà? E quella dei ragazzi?” Anche se a scuola abbiamo la fibra, siamo in tanti ad essere connessi e il più delle volte uso il mio smartphone come hotspot. Inoltre trovo frustrante vedere gli alunni che entrano ed escono in continuazione dalla classe virtuale.

Andrea: La prima grande difficoltà è stata di carattere docimologico (cioè legata alla valutazione), poiché nell’arco di questi mesi non mi è stato possibile testare gli studenti con la tradizionale prova scritta. Il rimanere senza voti scritti non è un danno solo per noi professori, ma anche per i ragazzi. Questo vale soprattutto per le materie che insegno, cioè latino, greco e italiano, materie in cui lo scritto è imprescindibile nel percorso formativo dello studente. Se non li testiamo a dovere, non possiamo dare loro un termine di riferimento con cui confrontarsi e da cui partire per potersi migliorare.

Un altro problema è legato all’equità del giudizio dato dal professore. Può capitare, infatti, di premiare gli alunni che disonestamente, sfruttando il minore controllo a cui sono sottoposti durante una verifica online, ottengono risultati superiori rispetto alla loro reale preparazione. E questo rappresenta una grande scorrettezza nei confronti dei più onesti.

Ritiene che l’esperimento della Didattica a distanza possa rimanere patrimonio della scuola per alcune attività, una volta che sarà tornata la normalità?

Antonella: Assolutamente sì, sta già accadendo. Nella mia classe, mentre facciamo didattica in presenza, abbiamo aperto una classe virtuale in cui carichiamo materiali digitali, condividiamo video e messaggi. La didattica post-Covid è ancora tutta da inventare, ma sono certa che sarà un mix di digitale ed analogico.

Cristina: Assolutamente sì, soprattutto per i docenti poco “digitali” che hanno dovuto necessariamente aggiornarsi.

Andrea: Penso proprio di no perché non vedo niente di migliorativo rispetto alla canonica didattica in presenza. La DAD è solo uno strumento che serve a surrogare una necessità e svolge il suo lavoro in maniera dignitosa, ma non perfetta. Ci sono situazioni ambientali che oggettivamente non si possono riprodurre tramite il digitale. Mi auguro con tutto il cuore che questa esperienza non si possa trasformare in un punto di riferimento per il futuro.

Al di là dei contenuti, la scuola è un percorso di crescita personale che permette di rapportarsi con i propri coetanei e con gli adulti. Riducendola a pura didattica frontale ed eliminando l’aspetto sociale, si può ancora parlare di “scuola”?

Antonella: No, la DAD può essere considerata un’alternativa solo per un periodo di tempo limitato. Ogni insegnante sa che l’apprendimento di un bambino della scuola primaria (ma non solo) si basa su sguardi, sorrisi, gratificazioni e rimproveri, vicinanza e contatto. Nulla di tutto questo avviene da remoto.

Cristina: Direi scuola, ma non nella piena accezione del termine. Per renderla tale, da una parte occorre rivedere le scelte didattiche in modo che risultino più efficaci, dall’altra pensare a spazi di relazione che vadano al di là della lezione.

Andrea: No, e lo affermo convintamente perchè la scuola non è una didattica uno a uno. “Didattica a distanza” è un nome che, già di suo, denuncia la mancanza della relazionalità: se non c’è relazionalità non si può parlare di scuola.

Il percorso di apprendimento tramite la DAD è gravato molto di più sugli studenti e sulle famiglie: occorre gestione familiare, responsabilità e controllo da parte degli adulti. Come hanno reagito le famiglie e gli alunni? Cosa traspare dal rendimento scolastico di ragazzi?

Antonella: Nei casi in cui, da parte della scuola, ci si è limitati all’invio di materiale, il controllo degli apprendimenti è ricaduto in gran parte sulle famiglie, che hanno reagito bene. Quando invece si è lavorato in parallelo anche sull’acquisizione di autonomia nell’utilizzo delle piattaforme, i ragazzi hanno dimostrato una sorprendente autonomia e responsabilità. Certo, nelle primissime classi della Primaria la presenza dell’adulto a fianco del bambino rimane imprescindibile. Per quanto riguarda invece il rendimento scolastico, purtroppo rileviamo un deficit di apprendimento in un discreto numero di alunni.

Cristina: È difficile dare una risposta univoca, in quanto il rendimento dipende dalla capacità che ha ciascuno di autogestirsi. Ci sono alunni che con la DAD affermano di avere meno distrazioni che in classe e, quindi, di riuscire ad ottenere migliori risultati in termini di apprendimento. Ce ne sono altri che, invece, affermano di fare più fatica nell’apprendere concetti attraverso uno schermo.

Andrea: I miei studenti hanno un’età per la quale la responsabilità dell’apprendimento grava quasi esclusivamente su loro stessi. Come sempre, chi di loro ci tiene davvero sta facendo il possibile affinché la DAD sia un momento utile per costruire un percorso. Invece, i ragazzi meno interessati all’apprendimento hanno sfruttato la DAD per lavorare ancora meno. Pretesti come “la videocamera e il microfono non funzionano” sono infatti all’ordine del giorno.

Il dibattito sulla responsabilità delle scuole nella crescita dei contagi è ancora molto vivo. Nei primi giorni, come si sono adattate le scuole alle nuove regole? I ragazzi erano più contenti di tornare a una semi-normalità o frustrati per i protocolli da seguire?

Antonella: No, nessuna frustrazione nei bambini ed una sorprendente capacità di adattarsi alle regole di distanziamento e di prevenzione del contagio. Sicuramente all’inizio ha prevalso la gioia di ritrovare i compagni dopo sei mesi di distanza e di tornare alla consueta giornata scolastica. Tuttavia, con il passare delle settimane le privazioni si sono fatte sentire: niente progetti di musica, niente educazione motoria, niente giochi con la palla in giardino all’intervallo e tanto altro. Temo che queste assenze peseranno sempre di più nei mesi invernali che ci aspettano.

Cristina: A settembre la scuola era pronta ad accogliere i ragazzi nel pieno rispetto dei protocolli. La frustrazione da parte di alunni e docenti c’era, ma più grande era la voglia di tornare a stare insieme.

Andrea: Nella nostra scuola la presenza massima consentita nelle aule era di 15 allievi più il docente, mentre gli studenti in esubero, a turno, seguivano la lezione online in un’altra stanza. Aggiungo che le nostre aule erano dotate anche di uno schermo sulla cattedra in modo da separare il professore dagli studenti.

Per quanto riguarda i ragazzi, ho avuto la sensazione che siano stati contenti di tornare, anche se seguire le lezioni da casa è oggettivamente più comodo. Questa comodità però non compensa assolutamente l’assenza di rapporti sociali.

Come sono aiutati gli alunni con Disturbo Specifico dell’Apprendimento e gli alunni diversamente abili?

Antonella: Mai abbastanza bene. Alcuni bambini in situazione di handicap hanno conosciuto la loro insegnante di sostegno la settimana scorsa. La gestione del personale in questo inizio d’anno è stata scandalosamente inefficiente, anche perché molti nuovi docenti si sono rivelati inesperti a ricoprire ruoli di sostegno così particolari. Le famiglie sono preoccupate, e a ragione.

Gli alunni con BES (Bisogni Educativi Speciali) patiscono più di altri le interruzioni dovute alle quarantene. La DAD, infatti, difficilmente consente di personalizzare i loro percorsi didattici. In presenza, a causa del distanziamento di un metro fra alunno e alunno, abbiamo dovuto rinunciare ad alcune metodologie didatticamente potenti, come il lavoro di gruppo o l’apprendimento cooperativo.

Cristina: Nel primo lockdown per gli alunni DVA (diversamente abili) c’è stato il supporto dei docenti di sostegno, con i quali lavoravano in modo individualizzato. Inoltre i docenti di sostegno si sono resi disponibili per seguirli nello studio pomeridiano. Hanno potuto godere della medesima disponibilità anche gli alunni con Bisogni Educativi Speciali.

In questo secondo lockdown, invece, tanto gli alunni DVA quanto i BES sono in classe insieme a noi professori: oltre al docente che tiene la lezione per gli studenti a casa, ce n’è un altro in compresenza che li supporta.

Da poco tempo alcuni studenti hanno dato vita a un movimento di protesta contro la DAD. L’obiettivo è quello di riaprire il prima possibile le scuole. Secondo i ragazzi infatti le aule scolastiche sono tra gli ambienti più sicuri e la didattica in presenza è una necessità che non dovrebbe mai essere negata. Ha sentito parlare di questo movimento? Qual è il suo pensiero a riguardo?

Andrea: Ne ho sentito parlare ma ammetto di non essere molto informato. Riguardo al motivo della protesta, io capisco la volontà degli studenti di tornare nelle aule e condivido il fatto che le scuole siano posti più sicuri rispetto a tanti altri ancora aperti. Però penso che gli istituti siano stati chiusi poiché una parte significativa dei ragazzi è costretta a prendere i mezzi pubblici, creando su di essi cospicui assembramenti. L’ingresso scaglionato delle varie classi sarebbe una buona idea, ma credo che se fosse gestibile sarebbe stato attuato già da diverso tempo. Evidentemente un tale provvedimento comporterebbe ulteriori problematiche. Io sono fermamente convinto che il governo centrale abbia fatto il possibile per supportare le scuole e, seppur a malincuore, ritengo che sia stato necessario chiuderle.

Concludiamo con delle domande che riguardano nel dettaglio il grado scolastico degli istituiti in cui insegnate.

Prof.ssa Antonella, al momento la didattica delle scuole elementari è in presenza. Come si sta rivelando questa soluzione dal punto di vista didattico? E da quello organizzativo?

Al momento le classi della Primaria sono in presenza, ma ci sono parecchie difficoltà. La presenza delle classi è in realtà una presenza frammentata, interrotta da periodi di quarantena dell’intera classe o dalla quarantena di uno o più alunni. Si tratta in entrambi i casi di interruzioni che vanno da 10 a 21 giorni o più. Nel primo caso si riattiva la DAD per l’intera classe, nel secondo si attua una didattica mista: bambini che seguono la lezione in classe e bambini da casa che seguono dal pc. Il fatto che L’azione didattica debba essere frequentemente interrotta e rimodulata costituisce un serio problema per noi.

A questo si aggiunge il ritardo nell’assegnazione dei docenti agli istituti e la mancanza di supplenti per coprire le assenze dei docenti stessi. Assenze che sono sono significativamente aumentate a causa delle quarantene e, purtroppo, dei contagi.

Prof.ssa Cristina, lo scorso anno scolastico le Scuole Secondarie di primo grado hanno dovuto affrontare un particolare esame di terza media. Le nuove modalità hanno previsto l’abolizione delle consuete 3 prove scritte e la presentazione della tesina online. La valutazione è stata veritiera? Ritiene che questo metodo possa ripresentarsi anche in futuro?

La valutazione lo scorso giugno ha puntato più sulla valorizzazione del percorso scolastico del triennio che sulla prova in sé. Nessun docente può seriamente e serenamente affermare che questo metodo possa in qualche modo sostituire a pieno titolo l’esame canonico. Quindi no, non riproporrei mai le medesime modalità di svolgimento per l’esame dell’anno in corso.

Alcune voci polemiche reputano “incostituzionale” l’esame in mancanza di ammissione, commissione e scritti. Lei è favorevole alle critiche o crede che, durante un’emergenza sanitaria, tale aspetto possa passare in secondo piano?

Penso che un esame di questo tipo sia potuto, e dovuto, passare in secondo piano. Il problema sanitario infatti è giunto inaspettato e per noi è stato necessario improvvisare. Tuttavia ora come ora l’improvvisazione sarebbe inaccettabile e mi auguro che un esame del genere non si possa ripetere.

Prof. Andrea, lo scorso anno scolastico lei ha avuto a che fare con il nuovo esame di maturità. Quali difficoltà ha incontrato e cosa auspica per il futuro?

La difficoltà maggiore è stata l’incertezza del tipo di maturità fino all’ultimo momento. Abbiamo dovuto organizzare l’esame correggendo il tiro rispetto al fatto, per esempio, che le prove scritte non ci sono state. Quindi gran parte del lavoro che era stato pensato per gli allievi non è stato messo a frutto. Per il futuro preferirei che si garantissero comunque le prove scritte perché danno un rigore e una serietà maggiore all’esame.

Oltre all’esame dei ragazzi di quinta, sono sorti problemi anche nelle altre classi?

Sì, e anche piuttosto importanti. Nelle altre classi chi ha avuto il debito l’ha portato alla classe successiva senza sostenere un esame di ammissione. Questa scelta si è però rivelata dannosa perché molti ragazzi durante l’estate non hanno studiato come richiesto. Ora, infatti, si stanno trovando in netta difficoltà e questo causa un considerevole rallentamento del percorso didattico prefissato dai professori.

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