Cos’è l’AIDS: storia, progressi e discriminazione

09/20 • 5 min • Copia link

“Ha 70 anni, è sposato, in pensione e passa le sue giornate con i nipotini. Suona strano ma è questo il nuovo identikit del malato di AIDS”. Recita così l’incipit di un articolo de “Il Giornale” risalente al novembre 2012. Sì, perché l’AIDS, sembrava essere una malattia molto diffusa tra le persone più adulte.

“A quanto pare i contagi, […], non sono casi isolati. L’ASL calcola che in Lombardia i malati di AIDS over 65 siano il 10% del totale” continua l’articolo. Definendo il dato sopracitato insolito e in crescita. 

Che cos’è l’AIDS? Facciamo un passo indietro.

Innanzitutto, c’è da fare chiarezza circa la differenza tra AIDS e sieropositività. In quanto, l’aver contratto il virus dell’HIV non sempre coincide con l’aver sviluppato la malattia.

L’AIDS, acronimo di Sindrome da Immunodeficienza Acquisita, è una malattia cronica e alle volte letale, causata dal virus dell’immunodeficienza umana (HIV). Una volta contratto, il virus danneggia il sistema immunitario impedendogli di difendere il corpo dalle malattie. L’HIV, anche senza trattamenti medico-farmacologici, può impiegare anni prima di intaccare le difese immunitarie della persona contagiata.

Il virus si può trasmettere attraverso rapporti sessuali non protetti o tramite il contatto diretto con sangue infetto e liquidi biologici. Un’altra possibilità di trasmissione del virus dell’HIV è quella ereditaria. Per cui, una madre infetta potrebbe contagiare il feto durante il periodo di gravidanza o il bambino durante l’allattamento.

Nonostante i grandi progressi della ricerca, ancora non esiste un vaccino o un trattamento definitivo contro l’AIDS. Esistono però, dei farmaci atti al rallentamento del decorso della malattia e, di conseguenza, ad un tenore di vita “normale” per diversi anni.

La storia dell’AIDS

Agli inizi degli anni ’80, una nuova e misteriosa malattia scoppia all’interno della comunità gay di New York e Los Angeles. Gli uomini contagiati vengono colpiti da alcune patologie, tra le quali il cancro, e muoiono dopo pochi mesi.

L’evoluzione della situazione e la diffusione dei contagi anche oltreoceano, fanno sì che, a questa nuova malattia, venga attribuito il nome di “peste gay“. La disinformazione dilaga e nessuno è in grado di capire il perché di una propagazione così veloce e in così ingenti quantità.

La prima vittima sacrificale a fare le spese dei molteplici contagi è un liquido, molto utilizzato all’interno della comunità gay perché considerato afrodisiaco. Teoria che viene però presto smentita con l’aumento dei casi di persone emofiliache e tossicodipendenti. L’epidemia assume dimensioni immense e, mentre la Casa Bianca ignora il problema, il numero di vittime dell’AIDS su scala mondiale è in crescita.

Solo nel 1983 gli scienziati identificano nell’HIV (virus dell’immunodeficienza umana) la causa dell’AIDS. Negli anni seguenti l’AIDS si diffonde in tutto il mondo. La mancata conoscenza delle modalità di trasmissione, accresce la preoccupazione dei governi e delle nazioni. A causa dell’ignoranza e della disinformazione, l’omofobia e la discriminazione verso i malati di AIDS si propagano ovunque.

Cominciano a farsi strada delle proposte volte a “marchiare” chiunque contragga la malattia. Nel 1985, il centro statunitense per la prevenzione e il controllo delle malattie, conferma che l’AIDS può essere trasmesso solo attraverso contatto diretto con il sangue, rapporti sessuali, durante la gravidanza o con il latte materno.

A che punto siamo con la lotta alla discriminazione?

Nel corso degli anni ’80, le manifestazioni sono state molto frequenti. Quando il popolo è scontento del poco peso che il governo attribuisce alla causa, si riunisce autonomamente per continuare la lotta.

I pazienti con AIDS si uniscono per chiedere maggiore accesso ai farmaci sperimentali, richiedono più fondi e chiedono di eliminare la disinformazione e l’ignoranza. La risposta di Ronald Reagan, allora presidente degli Stati Uniti, fu una politica di controllo degli immigrati, suscitando così la protesta degli attivisti.

Nel 1987, lungo il National Mall di Washington, viene stesa una coperta delle dimensioni di un campo da calcio, composta da millenovecentoventi pannelli, ognuno dei quali riportante il nome di una vittima dell’AIDS.

Cominciarono ad entrare in gioco altri volti noti. Nel 1987 la principessa Diana interviene per dissipare l’ignoranza, stringendo la mano ad un paziente affetto da AIDS. Nel 1993, il National Istitute of Health amplia la ricerca sull’AIDS e, grazie a grandi investimenti, arrivano alcune scoperte scientifiche in merito alla cura e alla prevenzione dell’HIV.

Tra il 2005 e il 2018, si registra una diminuzione delle morti collegate all’AIDS. La svolta ha però un effetto collaterale ben più nefasto, la noncuranza. Solo il 15% dei liceali afferma di aver fatto il test dell’HIV e solo il 50% degli uomini afferma di utilizzare regolarmente i profilattici. Per sostenere la causa, nel 2016, il principe Harry e la pop-star Rihanna si sottopongono al test dell’HIV, spronando i giovani ad interessarsi alla questione.

Gli attivisti per la lotta contro l’AIDS ci hanno insegnato che il silenzio è letale, attirando l’attenzione del mondo e dell’opinione pubblica. Ma oggi, l’ignoranza e le discriminazioni esistono ancora. Nonostante questo, la lotta mondiale contro l’AIDS continua.

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