Cosa ci ha insegnato la Brexit

11/20 • 6 min • Copia link

Gennaio 2013. Il primo ministro britannico David Cameron promette che in caso di vittoria nelle elezioni del 2015, farà un referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. È qui che ha inizio la Brexit.

Dietro alla scelta degli inglesi ci sono state strategie politiche, una campagna elettorale mai vista prima, fake news e tanta rabbia. Tra immigrazione e globalizzazione, europeismo e sovranismo, cerchiamo di capire che cosa ci ha insegnato la Brexit.

Come è andata la Brexit?

David Cameron non voleva davvero che il Regno Unito lasciasse l’Unione Europea. La sua promessa era pura strategia politica. Voleva convincere gli euroscettici a votare per lui, in questo modo avrebbe avuto più speranze alle elezioni.

Anche se Cameron avesse vinto le presidenziali, il suo partito non avrebbe mai avuto la maggioranza necessaria per stare al governo da solo, pensava. Si sarebbe dovuto per forza coalizzare con qualcuno, e quel qualcuno era il partito dei Liberal Democratici. Loro erano i compagni di governo perfetti, fortemente europeisti avevano messo nel loro programma elettorale un veto per qualsiasi referendum sull’Unione Europea.

Il 7 maggio 2015, Cameron stravince le elezioni con una maggioranza assoluta. Nessuno se lo aspettava. Nemmeno il nuovo primo ministro, che ora doveva mantenere una promessa in cui non credeva. Sapete già come è andata a finire questa storia: il 23 giugno 2016 il Regno Unito vota per lasciare l’UE.

Chi ha votato per il Leave?

Il Leave vince sul Remain, tutto sommato di pochissimo: il 51,9% dei voti contro il 48,1%. Il 72% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne. Un numero altissimo se pensiamo a quante persone vanno effettivamente a votare oggi. Tuttavia, si tratta soltanto di 1/3 dei cittadini inglesi. Il futuro del Regno Unito è stato deciso dal 37,4% della popolazione.

Chi sono questi elettori? Guardando la situazione un po’ più dall’alto, possiamo dire che il Regno Unito ha votato “a zone“. Le circoscrizioni in cui ha prevalso il Leave sono quelle con minori livelli di istruzione, salari più bassi, disoccupazione più alta, maggiore crescita dell’immigrazione, minore qualità dei servizi pubblici e infine, minore partecipazione dei giovani al voto. Insomma, le zone più povere, abbandonate, che sono rimaste inascoltate per tanto tempo.

Tuttavia, possiamo conoscere ancora meglio un elettore tipo del Leave. Il Signor X che ha scelto la Brexit è un proletario bianco britannico. Parlandoci un po’ scopri che è abbastanza favorevole alla pena di morte e che crede si vivesse meglio nel Regno Unito di trent’anni fa. Con molte probabilità, il Signor X è anche contro l’immigrazione. Quello che non sapeva, però, è che era molto arrabbiato con la globalizzazione.

Le cause del Leave: dall’immigrazione alla globalizzazione

La campagna elettorale per il Leave ha puntato molto sull’immigrazione. In effetti, le zone che hanno votato per l’uscita dall’UE sono quelle con un alto numero di immigrati o che, comunque, hanno visto una maggiore crescita dell’immigrazione.

Ma perché l’immigrazione era un problema? La risposta la troviamo nel secondo fattore che ha favorito la Brexit, quello più importante, quello che la maggior parte degli elettori non sa nemmeno di aver preso in considerazione: la globalizzazione.

La globalizzazione tende a distruggere vecchi posti di lavoro per crearne di nuovi. In effetti, la scomparsa dei posti di lavoro è un dato molto rilevante nel voto del referendum. Se aumenta la disoccupazione, se rischio di essere licenziato, le mie ansie nei confronti degli immigrati aumentano. “Arrivano e ci rubano il lavoro”, un lavoro che sembra essere sempre più difficile da tener stretto.

Globalizzazione = Cina

Ma come facciamo a sapere se è vero che la Brexit è stata un voto di protesta contro la globalizzazione? Per rispondere a questa domanda dobbiamo farcene un’altra: qual è il fenomeno più importante in tema di globalizzazione? La Cina e la sua ascesa come grande potenza mondiale.

Se guardiamo le zone in cui i settori che mandano avanti l’economia corrispondono a quelli in cui la Cina si è particolarmente affermata, troviamo la nostra risposta. La Cina si è infiltrata in quei settori, come quello elettronico e tessile, e caso vuole che queste mansioni siano proprio quelle più diffuse nelle aree dove il Leave ha stravinto.

Questo dimostra che gli elettori che hanno remato contro l’Unione Europea, sono quelli più esposti alla globalizzazione. A questo punto capiamo che l’immigrazione in realtà è solo una facciata. È solo un capro espiatorio più evidente e quindi più facile da incolpare.

Gli elettori del Leave sono le vere vittime della Brexit

Ma cosa c’entra la globalizzazione con l’Unione Europea? Probabilmente niente. Soprattutto perché gli elettori del Leave sono quelli che ci perderanno di più dall’uscita del Regno Unito dall’Europa. Infatti, le aree più esposte alla globalizzazione sono anche quelle che dipendono di più dal resto del mondo. Il mio mercato locale dipende strettamente dal mercato europeo, ad esempio.

Gli elettori del Remain vivevano in zone che potevano cavarsela da sole. In particolare, si affidavano a settori come quello finanziario o di consulenza, che sono proprio per loro natura globali. Inoltre, dai dati risulta che gli elettori fedeli all’Europa sono anche i più ricchi. Quelli a cui la Brexit avrebbe leso meno.

E quindi? Cosa ci ha insegnato la Brexit?

In questo articolo abbiamo tralasciato parti fondamentali del viaggio verso la Brexit. Tra queste, la fenomenale campagna elettorale fatta dagli esponenti del Leave, l’utilizzo dei dati personali per colpire direttamente gli elettori, ma anche tante fake news.

Tuttavia, abbiamo notato degli elementi che potrebbero farci aprire un po’ di più gli occhi se una dinamica simile capitasse anche a noi. Ad esempio, abbiamo capito come queste campagne si fondino sul terrore dell’immigrazione. Persone che vengono qui, dove tu già non stai bene, dove tu già non hai lavoro, dove non c’è bisogno di loro. Però abbiamo capito anche che, se una persona non ha lavoro, la colpa non è degli immigrati. Quello che realmente odi è la globalizzazione.

La globalizzazione non è poi così male. Porta innovazione, cambiamento, evoluzione. Però porta anche competizione, perdita dei posti di lavoro, chiusura delle fabbriche, disoccupazione. Ha dei costi e dei benefici. Il voto contro la globalizzazione è il voto di chi ritiene di provare sulla propria pelle solo i lati negativi di questo fenomeno. Solo costi e nessun beneficio.

Leggi anche: Che problemi ha la democrazia?

Ma di chi è la colpa della globalizzazione? Secondo gli esponenti del Leave è dell’Europa. Questa élite che prende le decisioni al posto mio, facendo solo i propri interessi. C’è stata una grande confusione tra globalizzazione ed europeizzazione e ancora, tra globalizzazione e immigrazione. Tanto che, parlando di costi e benefici, coloro che volevano andarsene dall’Europa sono proprio le persone che ci perderanno maggiormente.

Dopo aver detto tutto questo, si può capire come lo slogan “Take back the control”, fosse davvero vincente. Mentre il mondo va avanti, mentre tutto quello su cui ti sei aggrappato scompare. I migranti ti invadono, il tuo futuro è incerto, potresti venir licenziato da un momento all’altro: vuoi riprenderti il controllo.

Tutte le informazioni contenute in questo articolo sono tratte dal libro “Geografia economica dell’Europa sovranista” del professor Gianmarco Ottaviano

di

Contribuisci

Non sei d'accordo con quanto scritto o vuoi aggiungere qualcosa? Puoi contribuire all'approfondimento inviando all'autore un commento all'articolo. L'autore si impegnerà a risponderti e, eventualmente, a integrare l'articolo sulla base delle tue segnalazioni.

Cliccando su "Invia" dichiaro di aver letto l'informativa privacy e acconsento alla memorizzazione dei miei dati nel vostro archivio secondo quanto stabilito dal regolamento europeo per la protezione dei dati personali n. 679/2016, GDPR.