Quali sono le conseguenze psicologiche della pandemia

02/21 • 8 min • Copia link

“Il primo che abbraccerò una volta finito il lockdown è me stesso. E mi farò pure i complimenti per aver resistito”

Un frase che ci fa sorridere ma anche riflettere. La quarantena ha infatti avuto delle conseguenze psicologiche significative su molte persone.

Le conseguenze psicologiche della pandemia

Sulla base di numerose esperienze passate, come l’influenza spagnola del 1918 o le più recenti epidemie come la Sars del 2002-2004 e l’Ebola del 2014-2016l’isolamento e le restrizioni poste alla libertà di movimento degli individui si sono dimostrate misure efficaci al fine di rallentare la diffusione del contagio. Ma quali sono le conseguenze psicologiche sull’individuo?

Uno studio condotto a Toronto, in Canada, evidenzia la correlazione tra il controllo della SARS-CoV-2 e gli effetti psicologici della quarantena. Numerosi fattori di stress, secondo la ricerca, contribuiscono a farci vivere il periodo di distanziamento sociale in maniera ancor più difficile. Quanto più la durata della quarantena è lunga, tanto più è facile che si sviluppino sentimenti di rabbia, sintomi di disturbo da stress post traumatico e comportamenti fobici di evitamento. In special modo sembra essere presente la paura di poter sviluppare i sintomi della malattia e infettare gli altri.

Una ricerca pubblicata sul giornale dell’ Università di Cambridge durante l’epidemia di SARS del 2003, ha rilevato che dopo la fine dell’emergenza, il 54% delle persone che erano state messe in isolamento evitavano chi tossiva o starnutiva. Il 26% evitava luoghi chiusi e affollati mentre il 21% evitava tutti gli spazi pubblici.

Conseguenze psicologiche della pandemia negli adolescenti

Un ricerca, pubblicata su Psychiatry Research, denuncia la necessità di analizzare in modo attento le conseguenze psicologiche della pandemia e della quarantena sugli adolescenti. I ricercatori sottolineano che la reclusione domestica prolungata e l’uso eccessivo di Internet e dei social media potrebbero influenzare la salute mentale degli adolescenti, durante questo periodo. Le relazioni sociali, che per gli adolescenti sono fondamentali, sono interrotte, in quanto costretti a rimanere in casa e a limitare il più possibile il contatto con altre persone al di fuori del proprio nucleo.

La pandemia provoca l’insorgere di disturbi da stress, depressione e ansia negli adolescenti e – in coloro che già manifestavano queste tipologie di disturbi – un aumento dei sintomi e un rischio per il cambiamento della cura e gestione.

Come riportato sulla rivista scientifica di psicologia “Link”, in questo periodo, l’utilizzo obbligato della DAD produce negli adolescenti una netta diminuzione dell’attività fisica derivante dal maggiore tempo trascorso davanti ad uno schermo. Ciò, inevitabilmente, ha delle conseguenze sulla qualità del sonno che diventa irregolare.

Conseguenze psicologiche della pandemia negli anziani

Secondo la WHO (Organizzazione Mondiale della Sanità), il problema dell’impatto della pandemia sulle persone over 60 non è stato ancora adeguatamente preso in considerazione. Sulla rivista scientifica The Lancet e sul Journal of the American Geriatrics Society, vari articoli hanno segnalato i rischi dell’isolamento e della “trascuratezza” – che in certi casi diventa “maltrattamento” o “abbandono” – nei confronti delle persone anziane.

Mancanza di sicurezza, solitudine, discriminazione a causa dell’età, trascuratezza/maltrattamento e difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari diventano cruciali nella situazione attuale di pandemia e rendono ancora più “pesanti” le conseguenze a livello fisico e psicologico per le persone anziane.

La maggiore vulnerabilità delle persone anziane rispetto al contagio, e il bisogno maggiore di assistenza sanitaria – inclusi un numero più elevato di giorni di ospedalizzazione con terapia intensiva e supporto respiratorio –  sono stati controbilanciati dalla percezione di “basso potenziale” di produttività e utilità sociale. Quest’analisi ha probabilmente orientato il sistema sanitario pubblico nel dare priorità alle persone giovani e di mezza età rispetto a quelle più anziane. 

Conseguenze psicologiche della pandemia nel personale sanitario

Uno studio di Huang e collaboratori del 2020 ha preso in esame la salute mentale dello staff medico utilizzando scale per la valutazione di sintomi ansiosi e del Disturbo Post Traumatico da Stress

Circa il 23% del personale medico ha dichiarato di aver avuto sintomi ansiosi, di diversa entità. Il personale femminile ha riportato livelli di ansia significativamente maggiore rispetto ai medici uomini. Inoltre, il personale infermieristico ha riportato sintomi ansiosi in misura statisticamente maggiore rispetto al personale medico. Il dato probabilmente più rilevante ha riguardato però l’incidenza di sintomi stressanti post-traumatici. Il 27.39 % di membri dello staff medico ha riportato una sintomatologia stress-correlata, tra cui insonnia, incubi e immagini negative ricorrenti.

Uno studio multicentrico di Li e colleghi ha effettuato una Comparazione tra infermieri coinvolti in prima linea (a stretto contatto con pazienti Covid-19) e quelli non coinvolti in prima linea (coinvolti nell’emergenza, ma non a stretto contatto con pazienti Covid-19). Questi ultimi presentano maggiori sintomi stress-correlati. Questo effetto sarebbe spiegato attraverso la definizione di trauma vicario. Ovvero, una condizione dovuta ad una esposizione indiretta al fenomeno, tuttavia in grado di determinare sintomi di uguale entità, se non addirittura peggiori. Nella peggiore delle ipotesi si può arrivare addirittura al suicidio.

Conseguenze psicologiche nelle donne in gravidanza

Come riportato da uno studio condotto recentemente all’Università di Napoli e pubblicato sulla rivista internazionale American Journal of Obstetrics and Gynecology, attualmente, la comunità scientifica possiede poche informazioni sull’impatto psicologico e sociale delle donne in gravidanza durante l’epidemia COVID-19.

La ricerca ha visto protagoniste 100 donne alle quali è stata somministrata una piccola batteria di test in un periodo tra il 15 Marzo e il 1 Aprile 2020. 17 donne erano al primo trimestre di gravidanza, 35 al secondo e 48 al terzo. Nessun soggetto aveva in passato sofferto di depressione post partum, né aveva una storia di malattie psichiatriche pregresse.

Lo studio ha dimostrato che l’epidemia di COVID-19 ha avuto un impatto psicologico da moderato a grave sulle donne in gravidanza. Più di due terzi ha riferito infatti di provare un’ansia superiore al normale.

Delle 18 donne che hanno partorito durante il periodo di studio, il 16,7% dei parti cesarei sono stati effettuati su esplicita richiesta della mamma. I motivi di tale scelta sembrerebbero essere l’ansia per possibili lesioni fetali o morte fetale. Un’altra spiegazione sarebbe l’assetto emotivo della madre al momento del parto.

L’impatto psicologico e l’ansia dell’epidemia di COVID-19 sembrano essere più gravi nelle donne che si trovano nel primo trimestre di gravidanza. La speranza dei ricercatori è che tali dati possano essere utilizzati per formulare interventi psicologici mirati. In questo modo si vuole migliorare la salute mentale e la resilienza psicologica delle future mamme durante l’epidemia – purtroppo – ancora in corso.

Il lutto complicato

Il lutto, per quanto doloroso e drammatico, è tuttavia considerato una risposta fisiologica, che non richiede un trattamento medico. 

Diversi studi si sono focalizzati sulla distinzione tra processi normali e processi “patologici” di elaborazione del lutto per individuare le caratteristiche del lutto “non risolto”. Questo fenomeno si chiama lutto prolungato o complicato (CGComplicated Grief).  

Il CG è caratterizzato dalla persistenza, oltre sei mesi dalla perdita, delle manifestazioni acute del lutto. Le emozioni variano dai sentimenti di nostalgia intensi e ricorrenti, al desiderio di ricongiungersi con la persona amata. In alcuni casi, sopraggiunge persino il desiderio di seguirne il destino.

I casi di CG sono stati complicati ed intensificati dalla pandemia. L’impossibilità di vedere il proprio familiare negli ultimi giorni di vita, le barriere poste dagli schermi o dalle misure di protezione e l’interruzione dei rituali dopo la morte hanno reso ancora più complicato l’adattamento al lutto. A tutto questo si deve aggiungere la concomitanza di più lutti all’interno di una famiglia, seguita dalle difficoltà finanziarie incombenti in alcune situazioni.

La dottoressa Sue Morris, direttrice dei servizi di lutto presso il Dana- Farber Cancer Istitute di Boston, e alcune sue collaboratrici hanno raccomandato alcune strategie psicologiche da implementare negli ospedali per sensibilizzare al lutto e per preparare le famiglie alla morte dei loro cari, sostenendole nei mesi successivi. Si tratta di strumenti educativi, di comunicazione e di supporto cognitivo-comportamentale.

Un attimo per noi

C’è un fattore pericoloso che accomuna tutti noi in questo periodo di pandemia, il cosiddetto pensiero catastrofico, ossia la tendenza di prevedere sempre il peggio.

Questi pensieri non fanno altro che complicare la realtà che stiamo vivendo. La rendono più faticosa e sicuramente meno piacevole o rassicurante.

Pur continuando quindi ad attenerci alle regole imposte dalle autorità in merito alla prevenzione del virus, non dimentichiamo di prenderci cura anche della nostra salute psicologica. Cerchiamo di confrontarci con specialisti che possano aiutarci ad affrontare meglio gli effetti negativi di un periodo difficile per tutti.

Leggi anche: Gli effetti della pandemia sulla salute mentale

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