Cosa cambierà nell’Unione Europea nel 2021

02/21 • 10 min • Copia link

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Sembra che l’anno nuovo sia in procinto di portare dei sostanziali cambiamenti in quella che sarà l’Unione Europea del 2021. Infatti, nel 2020, l’Unione Europea ha avuto molti problemi da affrontare: il Covid-19, il rapporto travagliato con il Regno Unito e – last but not least – un presidente USA in competizione con l’Unione. Con il 2021, questi problemi – forse – non ci saranno più, ma ne sorgeranno degli altri, tra questi l’applicazione della nuova norma sullo stato di diritto (problemi con Ungheria e Polonia) e i rapporti con la Cina.

Per capire come cambierà l’Unione Europea nel 2021, è utile osservare due aspetti, quello economico e quello politico. L’economia ci dice molto sulla direzione in cui gli Stati intendono andare nei prossimi anni, mentre i fenomeni politici ci dicono molto sui cambiamenti che dobbiamo aspettarci a livello sociale.

La ripresa e la lotta ai cambiamenti climatici

Per ipotizzare quale sarà il futuro economico dell’Unione Europea, abbiamo a disposizione due strumenti: il Quadro Finanziario Pluriennale e il Next Generation EU.

Il QFP è un bilancio a lungo termine, che stabilisce quanto potrà essere speso in un certo periodo di tempo per le varie politiche dell’UE. A Dicembre è stato presentato il bilancio per il periodo 2021-2027. Da questo bilancio possiamo intuire dove l’Unione investirà le maggiori risorse a partire da quest’anno. Come sappiamo, una parte importante del bilancio dell’Unione sarà composto dal Next Generation EU, il piano per la ripresa dalla pandemia di COVID-19. Anche i settori a cui sono destinati questi fondi sono utili per capire la direzione che l’Europa prenderà.

Il budget totale, sommando bilancio (1 074,3 miliardi) e Next Generation EU (750 miliardi) è di 1.800 miliardi di euro. Di questo bilancio possiamo individuare alcuni punti fondamentali:

  • Circa il 50% sarà destinato alla ripresa economica, con un’attenzione particolare alla ricerca, alla transizione climatica e digitale e al rafforzamento della sanità.
  • Il 30% sarà destinato a progetti legati al clima. Gli obbiettivi a lungo termine sono quelli di rispettare gli accordi di Parigi e di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.
  • Una parte importante degli investimenti saranno destinati alla flessibilità, cioè a garantire la capacità futura dell’Europa di far fronte a spese impreviste.

La linea del Portogallo

A più breve termine, non possiamo non considerare che a Gennaio, la Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea è passata dalla Germania al Portogallo. Questa carica cambia ogni sei mesi a rotazione e può influenzare la linea economica dell’Unione Europea. Tuttavia, i governi che assumono questa carica, lavorano a gruppi di tre. Per capirci, il “trio” attuale è composto dalla Germania, in carica da luglio a dicembre 2020, dal Portogallo, in carica fino a Giugno 2021 e dalla Slovenia, che sarà in carica gli ultimi sei mesi di quest’anno.

Ogni Trio ha un programma comune, da cui possiamo trarre alcune conclusioni su quali temi saranno al centro dell’agenda dell’Unione. Oltre a temi di cui abbiamo già parlato, come il clima e la trasformazione digitale, troviamo:

  • La costruzione delle future relazioni con il Regno Unito dopo la Brexit
  • Priorità sul nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, ovvero le nuove procedure centralizzate per la gestione di tutto il sistema di asilo e migrazioni

Elezioni politiche

Il 2021 si prepara a portare un anno di cambiamenti per l’Unione Europea. Sicuramente, per i paesi che si preparano ad andare alle urne durante “l’anno del toro”, le elezioni potrebbero dare una svolta (e un nuovo vigore) al panorama politico europeo dopo un anno di crisi economico-sanitaria.

Ad esempio, il Portogallo – già investito della carica di paese host della Presidenza del Consiglio Europeo – ha deciso di non movimentare ulteriormente le acque, confermando il conservatore Marcelo Rebelo de Sousa. Il leader del partito socialdemocratico portoghese, infatti, ha avuto la meglio sui socialisti e sul nuovo gruppo di estrema destra. E si è riconfermato alla guida dei lusitani.

I cambiamenti in Germania

Uno dei maggiori cambiamenti che si prospettano sul fronte europeo è senza dubbio quello che riguarda le elezioni generali tedesche. Il 26 settembre 2021 avrà inizio l’era post-Merkel. Infatti, per la prima volta dopo il 2005, Angela Merkel non si ricandiderà più alla carica di Cancelliere tedesco. Dopo un 2020 che ha messo a dura prova l’Europa, la Merkel – ormai prossima al pensionamento – ha dichiarato a più riprese di non voler ricercare altre cariche politiche.

Ma chi sono i candidati che potrebbero raccogliere la pesante eredità della Cancelliera nativa di Amburgo? L’unico partito a nominare ufficialmente un candidato per il Bundestag è l’SPD, ovvero il partito socialdemocratico. La fazione di centro-sinistra ha infatti candidato l’attuale ministro delle finanze Olaf Scholz. Ancora diverse, invece, le piste percorribili per l’Unione Cristiana Democratica, di cui fa parte la Merkel: Armin Laschet, premier del Nord Reno-Westfalia, Norbert Röttgen, presidente della commissione per gli affari esteri e Friedrich Merz.

Nonostante sia uno dei partiti più piccoli del Bundestag, i Verdi potrebbero essere una sorpresa durante le elezioni di settembre. Il sostegno a favore del partito è infatti cresciuto molto nell’ultimo periodo, tanto da permettergli di scavalcare il partito socialdemocratico nei pronostici.

La situazione in Francia

Anche la Francia si prepara ad andare alle urne durante il 2021. A causa della pandemia Parigi ha proposto di rinviare le elezioni regionali – inizialmente in programma a marzo – a giugno. Essendo le prime votazioni regionali lanciate dal movimento centrista del presidente Macron, queste elezioni potrebbero fornire all’Europa un presagio di come La Republique En Marche potrebbe comportarsi alle presidenziali in programma nel 2022.

Come in Germania, i Verdi stanno pian piano aumentando le loro chance di mettere in pensiero i partiti più grandi. Nonostante la crescita, però, in Francia i Verdi non sembrano impensierire né Macron stesso, né lo sfidante Xavier Bertrand, conservatore.

Le elezioni negli altri paesi

Oltre alle due grandi potenze sopracitate, nel corso del 2021, le urne porteranno altri cambiamenti all’interno di altri paesi dell’Unione Europea. Tra questi, Olanda, Bulgaria, Cipro e Repubblica Ceca. Senza dimenticare tutti i cambiamenti che l’era post-Brexit porterà nell’Unione Europea del 2021.

Nei Paesi Bassi, ad esempio, ben 89 partiti diversi si sono già registrati per le elezioni generali. Il Primo Ministro Mark Rutte, che si è fatto conoscere sulla scena internazionale per una gestione iniziale tutt’altro che rigida della pandemia sul fronte degli spostamenti tra paesi, sembra prendere sempre più confidenza con l’epiteto di “personalità politica dell’anno che verrà”. Il leader del centro-destra della terra dei tulipani, ovviamente, spera che la popolarità acquisita durante il difficile anno del lockdown sfoci nella conferma della maggioranza alle elezioni in programma per la metà di marzo.

Il futuro degli euroscettici

Forti della presa di posizione del Regno Unito, prima della fine del processo Brexit, all’interno dell’Unione Europea c’erano diversi partiti euroscettici che pensavano di abbandonare l’unione. Oggi, a processo finito, si è assistito ad un drastico cambio di rotta. Questi partiti, infatti, non vogliono più lasciare l’Unione, ma acquisire importanza all’interno di essa.

Il timore dei sostenitori dell’Unione, non è che questi partiti prendano il potere, ma che influenzino i partiti tradizionali, facendogli abbracciare il populismo. Questo timore si è avverato nel Regno Unito, dove i conservatori hanno ricevuto talmente tanta pressione da dover indire il referendum sulla Brexit.

Nei Paesi Bassi, ad esempio, Mark Rutte – il Primo Ministro – è stato critico nei confronti dell’Islam, dell’immigrazione e dell’UE. Secondo Sarah De Lange, docente presso il dipartimento di scienze politiche dell’Università di Amsterdam, si può comprendere lo spostamento a destra di Rutte solo se immaginiamo cosa succederebbe se Geert Wilders – rappresentante del partito populista ed euroscettico olandese – salisse al potere.

Un fenomeno che si è verificato anche in altri paesi dell’UE, come ad esempio la Francia, la Germania, la Repubblica Ceca e l’Austria. In questi casi, anche nella sconfitta elettorale, i partiti populisti hanno avuto modo (e ne avranno nuovamente) di rivendicare vittorie politiche.

Catherine De Vries – docente di scienze politiche all’Università Bocconi di Milano – giustifica, in un certo senso, questo spostamento dei partiti tradizionali verso gli ideali populisti ed euroscettici. Inoltre, la de Vries dichiara che, quando i populisti perdono consensi, i partiti tradizionali vedono un’opportunità per raccogliere quei voti e controllare l’ala di destra dei propri partiti. Ciò comporta che, in ogni caso, se i partiti tradizionali si avvicinano all’estrema destra, le dinamiche in quel di Bruxelles subiranno inevitabilmente dei cambiamenti.

Uno sguardo all’Oriente

Per l’Europa del 2021 sono previste novità anche sul fronte estero. Il 30 dicembre scorso, infatti, Bruxelles e Pechino hanno annunciato il Comprehensive Agreement on Investment (CAI). Il patto bilaterale che aumenterà l’interazione tra il blocco economico europeo e la super potenza asiatica.

La firma arriva dopo quasi sette anni di negoziati e, ovviamente, garantisce vantaggi sia per l’Unione Europea che per la Cina. Pechino, infatti, renderà disponibile agli investitori europei l’accesso a molti settori importanti del mercato cinese. Tra questi le telecomunicazioni e il mercato delle automobili ibride ed elettriche, che rappresentano una delle tematiche più attuali nel nuovo piano europeo. Il vantaggio che trarrà la Cina, invece, sarà di carattere geopolitico.

La firma del CAI, infatti, è arrivata subito dopo la conclusione dei negoziati che hanno portato Pechino a siglare un altro importante patto commerciale: il Regional Comprehensive Economic Partnership, firmato con Giappone, Australia, Nuova Zelanda e paesi dell’ASEAN. L’accordo CAI dovrebbe aiutare, quindi, Pechino a riallacciare i rapporti – ormai logorati – con l’economia occidentale.

I nuovi rapporti con gli USA

Non è un caso che l’avvicinamento dell’Unione Europea alla Cina sia avvenuto in concomitanza con l’allontanamento dagli Stati Uniti d’America. L’amministrazione Trump, fedele al suo motto “America First”, ha in più di un’occasione contribuito a peggiorare i rapporti con l’Unione, sostenendo la Brexit e i nuovi partiti euroscettici, ma non solo. L’Europa è diventato un bersaglio di dazi, diventando un vero e proprio “nemico” commerciale.

A questo punto ci possiamo chiedere: cosa cambierà con Joe Biden alla Casa Bianca? “We will be back” è il motto che ha scelto il neo presidente per definire i rapporti con l’Unione Europea. Infatti, se la politica estera di Trump vedeva l’Europa come un nemico, quella di Joe Biden vede l’Europa come un interlocutore importante per affrontare molte delle sfide che il nuovo presidente si troverà davanti.

Si può prevedere una fine della guerra commerciale tra USA e Europa e un maggior supporto sul tema Brexit. Secondo molti, infatti, Biden potrebbe dare la priorità a un accordo commerciale USA-UE, rispetto a uno con il Regno Unito.

Un altro tema che vedrà una forte collaborazione tra Unione Europea e USA, sarà quello del clima, un tema centrale per Joe Biden e che sicuramente richiederà la nostra collaborazione.

Dopo la Brexit

Non serve guardare oltreoceano per rendersi conto di quanto possa essere scoppiettante l’Europa del 2021. La tanto famigerata Brexit si è conclusa infatti l’1 gennaio 2021, in seguito alla tanto attesa uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Un processo lungo e tortuoso che, senza ombra di dubbio, lascerà dietro di sé una scia per niente velata. Non si parla soltanto di diversi cambiamenti nell’Unione Europea nel 2021, o di un rallentamento nel sistema burocratico, ma anche – e soprattutto – di un inevitabile piano di riposizionamento del Regno Unito nel contesto mondiale.

Il termine del processo Brexit, infatti, ha permesso a Bruxelles di tirare un sospiro di sollievo e di rimettere – almeno momentaneamente – i remi in barca. Non è in discussione che l’UE veda la fine di Brexit come un au revoir invece che come un addio, soprattutto perché ci sono ancora diversi nodi da sciogliere. Uno di questi è il silenzioso baccano che aleggia intorno a Gibilterra. Infatti, nonostante un accordo già siglato con la Spagna per mantenere aperto il confine dello stato, il Regno Unito sta ancora cercando di capire quanto guinzaglio sarà disposta a dare Bruxelles sull’accesso ai servizi finanziari.

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